Articolo taggato “Rifiuti”

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# IL PUNTASPILLI
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Il concime dai rifiuti

di Giuseppe Rissone
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Uno dei problemi della nostra società è l’enorme quantità di rifiuti prodotti, le soluzioni sinora adottate prevedono l’apertura di enormi discariche, inceneritori che non sempre danno garanzia di sicuro (continua…)

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Acquisto rifiuti

                                       di Giovanni Gonella

Quasi in sordina è entrato in funzione il Termovalorizzatore, comunemente chiamato Inceneritore, di Torino. L’impianto è nato per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti non più conferibili nelle discariche perchè, queste, ormai sature. Utilizzando i rifiuti viene prodotta energia termica ed elettrica. Ma cosa dovrebbe arrivare al Termovalorizzatore e, soprattutto, quanto? Allora partiamo da casa nostra: quanto e come differenziamo? Perchè la risposta è tutta qui. Se imparassimo TUTTI a differenziare, la pattumiera da smaltire, e che, non dimentichiamolo in ogni caso produciamo, sarebbe una minima parte. Le amministrazioni dovrebbero incentivare la raccolta differenziata e, in qualche modo, premiare i cittadini virtuosi, che possono essere il traino per i più recalcitranti, magari alleggerendogli la bolletta. Carta, vetro, metalli, plastica, oggetti ingombranti, vecchi elettrodomestici, legno, oli esausti possono essere avviati al riciclo mentre per tutto il resto è nato il Termovalorizzatore. Semplice? No, non è semplice. Occorre cambiare le nostre abitudini, la nostra mentalità, renderci conto che il rifiuto può diventare risorsa, che le materie prime cominciano a scarseggiare e i nostri consumi continuano ad aumentare. Vi allego l’articolo che ho trovato per questa settimana e rimando a dopo alcune considerazioni.

Riciclo dei rifiuti: Svezia e Norvegia vogliono la nostra spazzatura di Antonio Galdoo in collaborazione con nonsprecare.it Roma, Napoli, Palermo, e tante altre città italiane soffocano tra i rifiuti, e invece le amministrazioni pubbliche della Svezia e della Norvegia vogliono la nostra spazzatura. Sì, ci chiedono di acquistare i nostri rifiuti per alimentare gli impianti di termovalorizzazione che consentono di produrre energia e riscaldamento proprio dal riciclo dell’immondizia. In questi paesi, infatti, la quota di energia elettrica prodotta dai termovalorizzatori, riciclando i rifiuti, è già al 20 per cento, mentre più della metà dell’immondizia raccolta con il sistema del “porta a porta” finisce in questi impianti. La raccolta differenziata nei paesi scandinavi è ormai a livelli massimi (oltre il 90 per cento), e dunque non esistono più spazi per ricavare la “materia prima” per gli impianti di riconversione energetica. Da qui la richiesta di importare spazzatura. Svezia e Norvegia sono due paesi con un’altissima sensibilità per le questioni ambientali. Secondo l’università di Stoccolma, grazie al recupero dei rifiuti, ogni anno in Svezia si risparmia qualcosa come 1,1 milioni di barili di petrolio. Le città sono più pulite, gli impianti girano a pieno regime, e le bollette energetiche della famiglie sono più basse. Forse, per capirci qualcosa e per ragionare sulle inutili crociate contro qualsiasi tipo di impianto di riconversione dei rifiuti, gli amministratori delle nostre città come Napoli, Palermo e Roma dovrebbero fare un giro nei paesi scandinavi. Tornerebbero con le idee più chiare.

A scanso di ogni dubbio, il mio pensiero è che il Termovalorizzatore non sia la soluzione migliore a tutti i mali, ma che al momento è una via percorribile. Il nostro però ha un difetto: è sovradimensionato. Questo vuol dire che per funzionare correttamente ha bisogno di essere alimentato con una quantità di rifiuti tale che Torino e le città della cintura aderenti al consorzio  insieme, da sole non producono. Occorre quindi far conferire rifiuti anche da altri siti. Ed è questo il problema: bisogna far si che quanto arriva sia controllato e trattato correttamente per essere bruciato. Bisogna istituire un comitato di controllo intercomunale composto da tecnici ambientali, non politici, da rinnovare periodicamente, per evitare eventuali interessi diciamo privati, che verifichino quanto viene introdotto. Da soli i filtri non servono. Un’ultima cosa: anche dal riciclo si produce dell’indifferenziato. Poco, ma lo si produce comunque e anche questo deve essere in qualche modo smaltito. Prima del NO a prescindere, fermiamoci a ragionare e, forse, una soluzione migliore la si può trovare. Non basta dire che sotto casa nostra i rifiuti non li vogliamo, ma poi basta metterli vicino ad altri più tolleranti. In ultimo vi allego una tabella sul riciclo di facile lettura. Buona differenziata a tutti.

 

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Rifiuti e “rifiuti

                                            di Giovanni Gonella 

Eccoci di nuovo qui per il nostro appuntamento quindicinale, cari amici bradipolettori. Oggi voglio darvi una bella notizia: coloro i quali hanno avuto la pazienza di seguirmi nella lettura degli “appunti disordinati di viaggio”,il mio diario a puntate del mio viaggio in Kenia pubblicato il martedì su questo blog, ricorderanno di quando ho scritto di Kibera. Kibera è il più grande slum della periferia di Nairobi, una enorme bidon ville nata su una discarica. Qui intere famiglie si sono lottizzate un pezzo di discarica e scavano tutti i giorni alla ricerca di qualcosa da riciclare, a volte anche da mangiare, per vivere o meglio sopravvivere. Ebbene in questa desolazione qualcuno è riuscito a trasformare l’immondizia in una risorsa ecologica e come ha fatto lo potrete leggere nell’articolo che vi posto.

Dal Kenya alla Colombia, dove i maestri del riciclo vivono in discarica di Lorenzo Cairoli E’ incredibile che dai luoghi più impervi o più famigerati del nostro pianeta arrivino esempi concreti di come vivere meglio rispettando l’ambiente.   Kibera è la madre di tutte le bidonville. Bambini che campano di sola colla, la più alta concentrazione di malati di HIV di tutto il Kenya, furti, stupri, omicidi, uno scenario apocalittico alle porte di Nairobi. Eppure nell’aprile del 2008 un’azienda kenyana, la “Green Dreams”, lanciò una sfida ai confini della realtà: trasformare le discariche di Kibera in fattorie biologiche. In tre mesi di durissimo lavoro il miracolo si realizzò e il 29 luglio le trenta famiglie coinvolte nel progetto iniziarono a vendere la loro verdura biologica.  Alla fine del 2008, invece, al “World Architecture Festival” di Barcellona, la cucina ecologica della comunità di Kibera ottenne una menzione speciale nella categoria “Energy, Waste and Recycling”. E il mondo applaudì ammirato e incredulo. Il Kenya arabescato da Hemingway, dalla Blixen, da Evelyn Waugh è a rischio, la sua aria è inquinata dal carbone usato per riscaldare e cucinare in tutti gli ospedali e in tutte le scuole del paese, la plastica colonizza implacabile sorgenti, cascate, laghi, fiumi, torrenti, boschi, parchi, savane. L’ecosistema del paese è malato, e Kibera, che è nata dal degrado, lancia al paese un messaggio: liberariamoci dalla schiavitù del carbone, dalla dipendenza della legna, tutelando così la sopravvivenza delle nostre foreste e impariamo a cucinare riciclando l’immondizia.   L’immondizia che brucia nel grande forno di Kibera genera il calore necessario per sterilizzare l’acqua e cucinare nei forni. Plastica, residui alimentari, vecchi vestiti. Ogni rifiuto è ben accetto perchè il forno di Kibera bruciando fino a 930 gradi F. toglie tossicità agli inquinanti più pericolosi. Un sacco di kipapu (di spazzatura) equivale a un’ora di tempo di cottura sulla stufa. La cucina di Kibera non ha eguali al mondo e costa circa diecimila dollari. Un affare se considerate che oltre a cucinare, a sterilizzare l’acqua, smaltisce tonnellate di rifiuti. Dall’altra parte del mondo, in Choco, regione della Colombia, ecologia, biodiversità, ecosistemi si insegnano ai bambini nelle scuole come da noi si fa con le tabelline nella speranza che un giorno difendano il loro paradiso da chi lo considera solo terra di saccheggio. Peccato che le nobili intenzioni e la didattica facciano a pugni con la dura realtà del vivere quotidiano. Le miniere legali, illegali, artigianali e semi-industriali costituiscono l’ossatura dell’economia chocoana. Condoto, Istmina, Andagoya, senza miniere e minatori probabilmente non esisterebbero ma il prezzo che devono pagare all’ambiente è spaventoso. Le miniere quando sono libere di eludere qualsiasi regola fanno tabula rasa di tutto. Devastano gli ecosistemi a rischio, le risorse idriche, appestano col mercurio l’acqua, l’aria, i terreni, inquinano con olii minerari il suolo, stravolgono paesaggi, costringendo la fauna terrestre, gli uccelli e la fauna ittica a migrare, pena l’estinzione. Circa cinque fa anni gli arhuacos di Gun Arawun, un pueblito ai confini con la Sierra Nevada, si accorsero che l’acqua delle loro cascate e la frutta che cresceva nei loro orti non aveva più lo stesso sapore. Tutto aveva un sapore diverso. Sgradevole, addirittura nauseante. Il sapore tossico della spazzatura. Guardandosi intorno, scoprirono che la spazzatura aveva infestato le loro terre. A poco a poco. Silenziosamente. Materiali e alimenti portati dai turisti ma anche comprati e consumati nelle stesse comunità indios. Come la plastica, il micidiale tetrapak, lattine, cartone, vetro, pile, soprattutto pile a bottone, utilizzate per calcolatrici, apparecchi acustici, orologi, macchine fotografiche. Quando si scaricano, sia che finiscano in un inceneritore o in una discarica, rappresentano un flagello ambientale per la quantità di mercurio liquido che contengono. Una sola pila di queste può contaminare 600 mila litri di acqua. Per questo i mercati europei e statunitensi da tempo ne hanno vietato la vendita.   Ma la Colombia, come l’eternit insegna, è un paese di eclatanti contraddizioni.  Se il colombiano, a volte, è di una remissività che lascia senza parole, l’indio arhuaco non getta mai la spugna. Così, una volta individuata la causa dei suoi problemi, è passato all’azione. Tutte le notti un gruppo di indios “riciclatori” lascia il villaggio alla volta del centro raccolta rifiuti di Sabana Crespo. E’ un lungo viaggio a dorso di mulo. Sette ore, attraversando aree un tempo feudo di paramilitari e guerriglieri.  All’inizio riciclare l’immondizia era una roulette russa. Quando i paramilitari frugavano nei sacchi pensavano d’essere stati presi in giro e si infuriavano perchè nessuno rischia la vita per smaltire rifiuti, e di notte poi. E i primi tempi qualche indios ci rimise la vita. Ma poi gli stessi paramilitari si arresero all’evidenza. Quando al centro di raccolta di Sabana Crespo si arriva a 300 sacchi di spazzatura si chiama un camion della Cooperativa de Recicladores perchè trasporti tutto in una discarica di Valledupar. Il centro raccolta di Sabana Crespo fa parte del progetto Sierra Viva, creato due anni fa dalla Confederación Indígena Tayrona, la Corporación Horizontes, Tetra Pak e più recentemente dalla Fundación Natura, per bonificare la Sierra Nevada e le aree limitrofe dall’inquinamento. Il sogno, o meglio, l’obiettivo, ripulire la Sierra da 100.000 chili di residui solidi, a una media di quattro tonnellate e mezzo al giorno.

Bello vero? Due posti lontanissimi fra di loro sono riusciti nell’opera di riciclo senza tanti fronzoli e senza tante polemiche…. Ho avuto modo di visitare poche settimane fa Berlino e mentre ero all’aereoporto in attesa del mio volo ho visto tantissime persone passare ininterrottamente a rovistare nei bidoni alla ricerca di qualcosa da riciclare, bottiglie, lattine o quant’altroAnche qui lo facevano per fame, ma comunque lo facevano e tutto sommato svolgevano un servizio alla collettività. Purtroppo, con la grande crisi economica che stiamo vivendo, anche da noi è facile imbatterci in qualcuno che rovista nei bidoni. Che tristezza, che brutte scene, ma per fortuna che nella città eterna, Roma, per sollevarne il decoro è arrivato lui, il sindaco Alemanno, che prima vieta il consumo frugale di un panino per strada, poi emargina i Rom relegandoli in campi lager al di fuori della città e adesso con un’ordinanza, vieta, pena multa, di rovistare nei bidoni alla ricerca di qualcosa da riciclare. E si, come dal titolo, ci sono rifiuti e “rifiuti”, ma mi chiedo, arriverà il momento che riusciremo a rifiutare lui ( e i suoi seguaci )? Ostinatamente credo di si. Alla prossima!

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A, come ambiente

                                                     di Giovanni Gonella

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Cari amici bradipolettori bentrovati. Rieccomi a voi dopo la pausa estiva con l’immutata voglia di raccontarvi quanto di bello e di meno bello trovo nelle mie escursioni nel mondo della rete. Ostinatamente votato all’ottimismo oggi voglio darvi un paio di belle notizie. La prima è di pochi giorni fa, tratta da La Stampa di Torino del 26 settembre:

Polli gratis ai cittadini per smaltire i rifiuti Per evitare di essere sommersi dai rifiuti, l’uovo di Colombo è utilizzare i polli. L’idea è venuta a Lydie Pasteau, sindaco del comune di Pincé, 200 anime nella Sarthe, profondo Ovest agricolo francese. Madame Pasteau offre gratis una coppia di polli e un sacco di grano a ogni suo amministrato. In cambio, costui firma un “contratto di adozione” nel quale si impegna a nutrire i polli per almeno due anni e a fornire loro un riparo contro i predatori. Successo clamoroso: delle 87 famiglie di Pincé, 31 hanno accettato il baratto. “Pensavamo che sarebbero state al massimo una dozzina”, gongola il sindaco. L’intento è ecologico. Ogni pollo può assorbire circa 150 chili di rifiuti organici all’anno, alleggerendo di altrettanti il lavoro dei netturbini. L’iniziativa ha quindi un eccellente rapporto costi-risultati, visto che per le casse comunali la fattura dell’intera operazione-pollo ammonta ad appena 600 euro, grano compreso. Ogni pollo trasforma i famosi 150 chili di rifiuti in circa 200 uova, un contributo non trascurabile in un momento di crisi. E, sempre secondo il sindaco, i polli “ricoprono un ruolo pedagogico per i bambini e favoriscono le convivialità fra vicini”

La seconda notizia riguarda un bel progetto realizzato da un gruppo di ricercatori del Politecnico di Milano:

Da Torino parte VenTo, la pista ciclabile più lunga d’Italia Chiamarla semplicemente pista ciclabile sarebbe molto riduttivo: 679 Km sull’argine del fiume Po, tra la campagna e aree urbanizzate, toccando città d’arte e 15 parchi naturali. Dopo la progettazione, VenTo è entrato nella fase più difficile: trovare i fondi per far partire i lavori. Stando al responsabile scientifico del progetto, Paolo Pileri, i costi sarebbero meno di 100 milioni di euro, suddivisi in tre anni. Sui 679 Km di tracciato 102 sono già ciclabili. Con una spesa molto bassa, 80 milioni, pari a circa 118 euro al metro, verrebbe realizzata la più lunga pista ciclabile italiana, una delle più lunghe d’Europa. L’impegno sarebbe suddiviso fra lo Stato, le  quattro regioni e le 12 province attraversate. Vi sarebbero ricadute economiche sul territorio incrementando l’indotto turistico: a beneficiarne le circa 14.000 (per ora) aziende agricole poste sul percorso, le attività ricettive (circa 300), le attività commerciali ecc… Si pensi che i 200 Km di ciclovie del trentino hanno prodotto 86 milioni di euro grazie al turismo. Infine VenTo potrebbe collegarsi con altre ciclabili come la Brennero-Peschiera-Mantova o la Torino-Nizza, Mantova-Ferrara-Adriatico e potrebbe raddoppiare sfruttando la sponda opposta del Po.

Fin qui le belle notizie, ma come mia abitudine, un piccolo tarlo voglio metterlo. Ricordate che anni fa per ecologia vennero messe delle pecore all’interno dei giardini delle Torri Palatine: pascolando brucavano l’erba e nel frattempo concimavano il prato, con risparmio sui costi di giardinaggio. Non ci sono più perchè qualcuno ha pensato bene che potevano finire su qualche tavola… Sul progetto della ciclabile niente da dire, personalmente mi affascina. Anche nella mia città si sono tracciate nuove piste ciclabili, ma una in particolare ha dell’incredibile. Se andate a rivedere le fotografie dell’articolo noterete che una è di una ciclabile cittadina; se la guardate con attenzione, magari ingrandendo sembrerà più lunga, ma non è così. Vi è un cartello d’inizio pista e in fondo si vede quello di fine, dopo quasi 90 metri, si non mi sono sbagliato, proprio 90 metri, forse la più corta ciclabile d’Italia.

Tralascio i costi e i disagi provocati per la sua realizzazione (odore particolarmente acre delle vernici e rumori di scavo per posizionamento cartelli stradali, il tutto durante l’anno scolastico). Chissà se chi ha progettato questa pista l’ha fatto per utilizzarla come campo d’allenamento per i ciclisti che vorranno poi affrontare percorsi più impegnativi visto che è posta di fianco al centro sportivo esterno delle scuole. Se qualcuno vuole percorrerla posso fornire l’indirizzo: di fianco per chi viene da fuori c’è un parcheggio, si può lasciare l’auto e iniziare a pedalare. Ottimismo Ostinato o solo voglia di polemica ? Appuntamento fra quindici giorni

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I rifiuti lotizzati

                                             di Giovanni Gonella

Riprendo a presentarvi i miei appunti inerenti al viaggio in Kenya in occasione del World Social Forum 2007 di Nairobi e della missione a Marimanti per l’inaugurazione dell’acquedotto di Color Ong. Il tutto cercando di riportare quanto è successo il più fedelmente possibile. Forse qualche episodio non è citato nella sua sequenza temporale corretta, ma è in ogni modo veramente accaduto. L’appuntamento ogni martedì è su questo blog.

 

25 Gennaio 2007 Nairobi: Attraversiamo un altro Slum che sorge questa volta dentro, e non vicino, ad una discarica: qui ci sono persone che si sono lottizzate una parte di rifiuti e ci stanno scavando alla ricerca di materiale da riciclare tra quello appena trasportato dal camion della raccolta rifiuti. Al confine della discarica c’è una pista d’atterraggio per aerei militari e, mentre stiamo passando un aereo ci passa a pochi metri sopra la testa in fase d’atterraggio. La marcia terminerà all’Uhuru Park dove si terrà la cerimonia di chiusura del W.S.F. Riusciamo in ogni modo ad attraversare anche lo Slum somalo, abitato principalmente da mussulmani: i negozi sono tipici della cultura araba, si vedono i minareti delle moschee, le donne girano per strada con il velo se non addirittura con il burka.

Siamo giunti quasi alla fine della nostra marcia e abbiamo ancora il tempo di attraversare un altro Slum: di questo non ho voluto appositamente fare nessuna fotografia perché ho provato disgusto per come qui vive la gente. Se le case hanno quasi una parvenza umana, sono di muratura e meno fatiscenti delle baracche fino ad ora trovate, la vita si svolge lungo le strade dove ci sono i negozi, gli spazi gioco per i bambine, le chiese e le scuole. Tutto bene non fosse che le strade non sono altro che le fogne, liquame che scorre formando canali e laghi di melma maleodorante che impregna i vestiti, il cibo, gli uomini, l’aria.

Questo non è l’odore di cui ho scritto prima, questa è proprio la puzza della merda nella quale siamo riusciti a far vivere le persone, il motivo che ha fatto chiedere scusa a Giulietto Chiesa a nome nostro, uomini civilizzati, di quanto non siamo capaci di fare per risolvere questi problemi, mentre siamo in gambissima nello spendere i nostri soldi per armamenti oppure a prestarli a queste nazioni del terzo mondo, salvo poi richiederli in restituzione con interessi da capestro.  Comincio ad aver la nausea di tutto ciò e non vedo l’ora di arrivare al parco. Ho ancora modo, in ogni caso di vedere la contraddizione nella quale vive questo popolo: abbandonate le baracche, le discariche e le fogne, è bastato girare l’angolo per trovare i ricchi che anche qui ci sono e che non so quanto abbiano a cuore delle sorti dei loro fratelli. Mentre marciavamo per i poveri, e questi erano contenti che qualcuno s’interessasse della loro condizione, dall’altra parte, in orario d’ufficio, in un giorno lavorativo, c’era chi giocava a golf, in un prato bellissimo, ben tenuto con erba ben rasata e curata, alla faccia dell’acqua che scarseggia. 

Sugli alberi ci sono dei grossi uccelli, dei trampolieri, chiamati in lingua swahili, “karara”, per via del verso che fanno, quando sono in volo: mi vengono in mente i piccioni, e quel che fanno da noi sui nostri monumenti, e mi auguro che almeno questi la facciano sui campi di golf se non sui golfisti.  (39. Continua)

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