Articolo taggato “Evangelo di Marco”

# ALLA LUCE DELLA PAROLA
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I cattivi vignaioli

a cura di Gregorio Plescan (pastore valdese)
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Poi Gesù cominciò a parlare loro in parabole: «Un uomo piantò una vigna, le fece attorno una siepe, vi scavò una buca per pigiare l’uva e vi costruì una torre; l’affittò a dei vignaioli e se ne andò in viaggio. Al (continua…)

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# ALLA LUCE DELLA PAROLA

Il sabato per l’uomo

a cura di Gregorio Plescan (pastore valdese)

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In un giorno di sabato egli passava per i campi, e i suoi discepoli, strada facendo, si misero a strappare delle spighe. I farisei gli dissero: «Vedi! Perché fanno di sabato quel che non è lecito?» Ed egli (continua…)

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Il mantello di Bartimeo

                                                                           riflessione del pastore valdese Giuseppe Platone

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Molti lo sgridavano perché tacesse, ma Bartimeo gridava più forte:”Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù fermatosi, disse “Chiamatelo!”. E chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio, alzati! Egli ti chiama”. Allora il cieco, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. E Gesù , rivolgendosi a lui, gli disse: “Che cosa vuoi che ti faccia?”. Il cieco gli rispose “Rabbunì, che io ricuperi la vista”. Gesù gli disse: “Và, la tua fede ti ha salvato”. In quell’istante egli ricuperò la vista e seguiva Gesù per la via. Marco 10, 48-52 Seguire Gesù non significa necessariamente vedere e capire. I seguaci e i «simpatizzanti» del Maestro gli hanno costruito intorno un robusto cordone sanitario. Per tutelarlo nel suo cammino. Certo lo hanno fatto a fin di bene, pensano che il Maestro debba essere tutto per loro. Bartimeo, uomo della strada, è uno di quelli da evitare. Uno tra i tanti invisibili che vivono sulla strada. Uno di quelli che, al pari dei lebbrosi e altre categorie sociali perdenti, non solo non contano ma la loro presenza dà pure fastidio. Bartimeo grida la sua disperazione al Maestro, e lo fa con tutto il suo cuore, la sua mente, la sua anima , le sue forze. È il dibattersi, quello di Bartimeo, di chi ogni giorno vive sull’orlo del precipizio. Ma in quel pomeriggio a Gerico, mentre il Maestro se ne sta uscendo dalla città, all’ultimo minuto, Bartimeo lancia il suo ponte sul cordone sanitario che incapsula il Maestro. E lo supera, infatti il Maestro intercetta il grido di Bartimeo. Ed è esattamente qui che il programma cambia. Gesù si ferma. Stabilisce una relazione non prevista dal protocollo. Il cambiamento accade grazie anche al fatto che la preghiera di Bartimeo è essenziale, chiara. Non usa troppe parole, a Dio chiede una sola cosa: poter vedere. Gesù lo esaudisce donandogli uno sguardo nuovo in mezzo agli sguardi di biasimo. Finalmente Bartimeo getta via il mantello in cui era stato fasciato. Il mantello della sua categoria perdente, il loculo in cui come cieco era già stato deposto dalla società. È un risorgere quello di Bartimeo ad una nuova vita grazie anche al coraggio, alla tenacia dell’avere pregato Dio. Oggi il mantello di Bartimeo fascia le categorie «perdenti» del nostro tempo. Tante realtà umane che non si vogliono vedere né sentire sono coperte dal mantello di un moralismo ipocrita. Quei silenzi violentemente imposti in tanti luoghi intorno (a volte vicino) a noi, nelle case, sulle strade. Dio ascolta il grido della persona la cui dignità è calpestata. E vuole che vediamo e ascoltiamo anche noi quel grido disperato. Per agire secondo l’esempio che Cristo consegna a coloro che intendono seguirlo. Tratto da www.chiesavaldese.org

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Il semplice pasto

                                           Riflessione del pastore valdese Jens Hansen

Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani, e li dava ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti. Marco 6:41 Siamo qui testimoni di un pasto semplice, un pasto svolto nella gratitudine verso il Signore, un pasto come tanti e ciò nonostante un pasto del tutto diverso per due ragioni: la prima è: il segno dello spezzare il pane diventa il segno per eccellenza di Gesù. Il Risorto che appare ai suoi viene riconosciuto quando spezza il pane. Guardiamo ai discepoli di Emmaus. Fanno un bel pezzo di strada col risorto, non lo riconoscono. Solo quando la sera condividono il pasto e vedono il risorto spezzare il pane riconoscono Gesù. Pensiamo anche alla pesca miracolosa alla fine dell’Evangelo secondo Giovanni dove abbiamo di nuovo i segni di pane e pesce. Nello spezzare il pane riconosciamo Gesù. La seconda ragione si trova nella forma verbale “dava”. Gesù non si ferma a benedire il pane, rimane coinvolto fino a quando tutti siano saziati, i discepoli vengono da lui, egli da loro altro pane da distribuire. Gesù è coinvolto. Ciò significa che dobbiamo sempre di nuovo stare attenti a non ridurre lo spezzare il pane ad un atto liturgico-sacramentale. Lo spezzare il pane, la condivisione è invece lo stile di vita che siamo invitati a concretizzare. Spezzare il pane vuol dire spezzare le catene di sfruttamento, schiavitù, povertà e distribuzione ingiusta dei beni di questa terra. Spezzare il pane vuole dire essere solidale con chi non ha voce e si trova ai margini e anche oltre il margine dell’umanità.

Tratto da chiesavaldese.org

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La compassione…

                                                    riflessione del pastore valdese Giovanni Grimaldi

Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione» Marco 6.34 Il testo parla dell’ansia di molti per ascoltare la voce del Signore. Fa pensare inevitabilmente a scene dei nostri tempi: i media spesso ci raccontano storie simili. “E da tutte le città accorsero…” Le folle, oggi, nella cristianità, si riuniscono quasi soltanto per vedere, sentire il Papa o chi inventa morali. E Gesù ne ebbe compassione… per il vuoto spirituale in cui viviamo. Vi è ancora oggi una grande ricerca di religiosità. Però cerchiamo parole di vita dove non possiamo trovarle: nella nostra cultura, nelle nostre forme religiose, nelle costruzioni ecclesiastiche, umane.

La Bibbia parla di impegno dei discepoli; noi vediamo estremo impegno delle istituzioni ecclesiastiche per il proprio sviluppo; vediamo a volte estremo impegno individuale. Ma non riesco a convincermi che la ricerca costante della Parola di Dio sia il punto centrale di tutta la nostra vita. Il Signore ha compassione di chi cerca parole di vita in Lui. Oggi il nostro compito consiste, come allora, nell’indicare la vera fonte di acqua viva.  Il nostro impegno deve essere quello della predicazione! Quanto tempo spendiamo per cose meno importanti! Il Signore abbia compassione di noi.

Tratto da www.chiesavaldese.org

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Predicate il vangelo nel mondo

                                                                                    riflessione della pastora valdese Daniela Santoro
 

Gesù Cristo dice: Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo ad ogni creatura Marco 16,15

Una tartaruga saggia in un cartone animato afferma che le notizie non sono né buone, né cattive: le notizie sono solo notizie. Eppure alcune notizie le attendiamo con impazienza e altre con timore; alcune le accogliamo con stupore e altre, che non ci riguardano o che già conosciamo, non suscitano alcuna reazione in noi. «Gesù Cristo è risorto!». Si, e allora? Sono 2000 anni che ce lo ripetono, lo sappiamo, è notizia vecchia… Ma Gesù Cristo non dice: “sappiate che sono risorto”; lui dice: “andate e annunciate che io sono risorto”. La buona notizia (evangelo) della resurrezione non è una notizia che è bene sapere, è piuttosto qualcosa da provare e condividere, perché questa notizia in noi diventa portatrice di bene.

A Pasqua il sogno è realtà; l’incredibile diventa possibile; la promessa si compie e ci interpella.
Ci lasciamo coinvolgere? Certo, è difficile credere, fidarsi, impegnarsi per qualcosa che va oltre le nostre possibilità. Giorno dopo giorno ci convinciamo sempre più che se io non ci riesco, allora non è possibile; se io non lo so fare, allora è irrealizzabile; se io non ci guadagno qualcosa, allora non ne vale la pena. Ma la mattina di Pasqua Dio apre un nuovo orizzonte sul quale disporre i nostri timori e i nostri progetti, e ci invita a fare nostro il suo mondo fatto di dono, di solidarietà, di riconciliazione; un mondo da accogliere e condividere, senza “se” e senza “ma”. «Gesù Cristo è risorto!»: è questa la buona notizia che dà senso e speranza alla nostra vita, alle nostre giornate, alla nostra umanità.

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Il lebbroso 

                                riflessione del pastore Paolo Ribet
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In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”  Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: “Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro”.  Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte. Evangelo di Marco 1: 40–45

Da sempre, il lebbroso è il simbolo dell’emarginazione e della malattia – o meglio: della paura che l’uomo ha di fronte alla malattia. «Impuro, impuro»: queste terribili parole dovevano essere gridate da ogni lebbroso, quando incrociava un’altra persona sul suo cammino, affinché questa lo potesse evitare e non corresse il rischio di ammalarsi (anche se oggi noi sappiamo che la lebbra non è contagiosa), ma soprattutto di essere contaminata dal punto di vista della purezza legale e religiosa. Il libro del Levitico si dilunga su questa malattia e prevede una lunga procedura per la purificazione di colui che ne è stato colpito e che ne è guarito. La lebbra, era una malattia molto temuta che, prima di portare alla morte fisica, escludeva chi ne era colpito dalla società dei viventi. Era come se il lebbroso morisse due volte.

Uno di questi infelici infrange però le barriere, va verso Gesù, si butta ai suoi piedi e chiede il suo soccorso e il suo intervento. L’invocazione risuona come una preghiera e nello stesso tempo come una confessione di fede: «Se vuoi, tu puoi guarirmi». «Se vuoi»: si tratta solo di una formula di cortesia? Io non lo credo. Con questa frase il lebbroso mostra di avere piena fiducia in Gesù e di affidarsi completamente a lui. È questo il grande tema e nello stesso tempo l’ansia della preghiera: se tu vuoi.  Se vuoi, se puoi: è il grido del tormento di una preghiera che nasce dall’angoscia. La preghiera e l’esaudimento sono sempre sul filo del rasoio. Vi è chi insiste sul fatto che la preghiera fatta con fede ottiene sempre la risposta – per cui, se non viene esaudita, si afferma con sicurezza che è mancata la fede (aggiungendo così il senso di colpa alla frustrazione perché la preghiera non ha avuto risposta). La fede non è la garanzia della guarigione, ma è il canale attraverso cui scorre la grazia di Dio. L’esaudimento non dipende da noi, non è un’opera meritoria, neanche della fede. 

A tale preghiera Gesù non si sottrae. La risposta, infatti, non solo è: «lo voglio», ma addirittura Gesù tocca il lebbroso, stendendo così un ponte  tra sé e l’altro (un ponte pericoloso, perché chi tocca un impuro, diventa impuro egli stesso!) e ad essa segue la guarigione. Gesù tocca un intoccabile: questa è e resta la prospettiva della Chiesa che vuole essere fedele al suo Signore. Anche se non è più di moda dirlo, la scelta per i poveri, degli emarginati, di coloro che hanno bisogno di aiuto e di sostegno rimane la scelta prioritaria e la diaconia (quella istituzionale e quella personale) rimane il segno della volontà di obbedienza dei discepoli nei confronti del Signore. In momenti di crisi si tende a separare le persone, cercando ognuna il proprio benessere a scapito degli altri, Gesù ci insegna a gettare un ponte tra le persone e i popoli.  Gesù non si limita a guarire il lebbroso, ma gli ordina di andare dal sacerdote per eseguire tutte le pratiche previste dalla legge per il suo reinserimento nella società. Egli dunque non cura soltanto l’aspetto fisico della malattia, ma anche tutte le conseguenze di tipo sociale che la malattia si porta dietro.

La grazia del Signore ci sorprende sempre e ci riempie di una gioia incontenibile. Quest’uomo non è solo guarito, ma è anche salvato, perché si rende conto di ciò che gli è avvenuto, del dono di grazia che ha ricevuto. Molto spesso, invece, noi, che pure godiamo di molti doni da parte del Signore, non ci rendiamo neanche conto di quanto abbiamo ricevuto. Per questo, la risposta del lebbroso guarito è l’annuncio gioioso a tutti quanti di ciò che ha vissuto, nonostante il severo divieto di parlare rivoltogli da Gesù. Lui parla, non ne può fare a meno (ricordiamo la parola di Paolo: «Necessità me ne è imposta, guai a me se non evangelizzo»). In questo egli diventa un esempio per i credenti di ogni tempo che sono chiamati a predicare l’amore di Dio che hanno sperimentato nelle loro vite. Il senso dell’evangelizzazione è l’annuncio che il Signore ha operato ed opera perché tutti possano vivere l’atto liberante del suo amore.

Tratto da torinovaldese.org

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