Articolo taggato “Evangelo di Giovanni”

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# ALLA LUCE DELLA PAROLA
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Come il Padre…

di Gregorio Plescan
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Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro (continua…)

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Pace a voi!

                               Riflessione del pastore valdese Sergio Manna

Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: “Pace a voi!” Poi disse a Tommaso: “Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente”. Tommaso gli rispose: “Signor mio e Dio mio! Giovanni 20/26-28 Quella di Tommaso è, senza dubbio, la confessione di fede in Gesù più importante del Nuovo Testamento. Quando finalmente quest’incredulo discepolo giunge alla fede, oltre a confessare che Cristo è veramente risorto (cosa troppo facile perché se lo ritrova davanti), arriva però a confessarne anche la divinità (cosa niente affatto scontata, perché non immediatamente visibile). Le sue parole «Signor mio e Dio mio!» sono tra le ultime che un discepolo pronunci nel quarto Vangelo e dunque sono particolarmente importanti. In buona sostanza, esse contengono quella che si vorrebbe fosse la confessione di ogni discepolo e di ogni discepola del Signore, in ogni epoca. C’è, però, ancora di più nella confessione di fede di Tommaso. C’è una valenza politica che non andrebbe dimenticata. Dire che Cristo è «Signor mio e Dio mio!» è per certo, innanzitutto, una confessione di fede; ma pronunciare quella confessione di fede all’epoca in cui l’imperatore Domiziano pretende di essere chiamato “Dominus et Deus noster” (Signore nostro e Dio nostro), non ha un peso meno politico di quello che assumerà la Dichiarazione teologica di Barmen (1934), della quale l’anno prossimo ricorrerà l’ottantesimo anniversario, di fronte alle pretese di un altro “imperatore” (Adolf Hitler). Vale forse la pena di tener presente anche questo aspetto in un’epoca nella quale coloro che nella predicazione e nella riflessione teologica si preoccupano di mettere in luce le implicazioni politiche della fede in Gesù Cristo e nel suo Vangelo, vengono accusati, non di rado, di fare politica dal pulpito.

Tratto da www.chiesavaldese.org

 

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Colazione con Gesu’

                                                    riflessione del pastore valdese Sergio Manna

Gesù disse loro:”Venite a far colazione.  E nessuno dei discepoli osava chiedergli: “Chi sei?”. Sapendo che era il Signore. Gesù venne, prese il pane e lo diede loro, e così anche il pesce. Questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai mortiGiovanni 21,12-14 Tutti, anche coloro che non hanno alcuna dimestichezza con le Scritture, sanno che i Vangeli raccontano di un’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli, prima della sua morte. Pochi, inclusi quelli che le Scritture le leggono, hanno riflettuto sul fatto che dopo quell’ultima cena (prima di morire), vi è però anche una prima colazione del Cristo risorto con i suoi discepoli. Questo racconto di Giovanni, in cui se ne parla, è forse un modo per ricordarci che la Cena del Signore non è un banchetto in memoria del caro estinto, bensì un entrare in comunione con il Cristo vivente, con il Risorto, con “Colui che era, che è e che viene”. Le parole del testo e i gesti compiuti da Gesù in questo racconto richiamano, infatti, la Santa Cena. Solo che qui ad essere condivisi non sono il pane e il vino, bensì il pane e i pesci. Da molti anni ormai, nel giorno di Pasqua, mia moglie, che condivide con me il ministero pastorale, cuoce un pane speciale, a forma di pesce, e usiamo quello nella celebrazione della Cena durante il culto pasquale, dopo aver letto questo brano del Vangelo. All’atto di distribuirlo pronunciamo la frase: “Cristo è risorto!” alla quale, chi riceve il pane e il vino, risponde: “E’ veramente risorto!”. Per coloro che hanno vissuto intensamente la settimana santa, è bello, dopo aver partecipato all’ultima cena, partecipare alla prima colazione con il Cristo risorto.

Tratto da: www.chiesavaldese.org

 

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Nell’amore non c’è paura

                                                                     riflessione della pastora valdese Daniela Di Carlo
 
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“Nell’amore non c’è paura; anzi l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo: Quindi chi ha paura non è perfetto nell’amore. Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo” I Giovanni 4: 18-19

Paura. Siamo donne e uomini pieni di paura. Paura per il mondo perché, in questo nostro mondo, esistono città come Cavite. Cavite è una città dentro la città di Rosario nelle Filippine. Cavite è una città dove si lavora soltanto. E’ circondata da reti e muri ed è abitata dalle contadine e dai contadini durante il giorno e a volte anche la notte, a causa dei lunghi turni di lavoro. E’ abitata da povera gente che cerca di sfuggire alla fame. 
Cavite è una zona particolare: vengono costruiti oggetti che non potranno mai servire a chi materialmente li produce. Vestiti a cui verranno apposti marchi famosi per essere venduti nella parte ricca del mondo, marchi che molti di noi hanno addosso: Nike, Reebook, Puma…; oppure elementi di alta tecnologia, i nostri computer, cellulari… , per intenderci, che non potranno mai permettersi di comprare.

Si chiama “denazionalizzazione” quel processo per cui una nazione costruisce cose che non migliorano il proprio livello di vita e migliorano, invece, il livello di vita di altri popoli. Realtà denazionalizzate, perché producono beni che non avranno mai un ritorno effettivo, concreto, materiale sulla loro nazione. Cavite è una zona denazionalizzata! In posti come Cavite le operaie tessili lavorano minimo 14 ore al giorno. Durante l’orario lavorativo possono andare al bagno due volte. E’ per questo che tengono dei sacchetti di plastica sotto le macchine. Viene anche accertato mensilmente che usino gli assorbenti igienici a prova che non siano incinte. Non riescono a riunirsi in sindacato perché sono sfibrate dal lavoro e poste, di continuo, sotto la minaccia del licenziamento o la paura di fare una tragica fine come è già successo ad alcune di loro.

Cavite è solo una delle tante zone franche delle Filippine. Uno di quei territori sovrani in cui le merci non si limitano a transitare, ma vengono effettivamente prodotte senza dazi import/export, e, spesso senza alcuna imposta sul reddito e la produzione. Cavite per mantenere le commesse delle multinazionali, rispetto ad altre zone franche filippine e non, abbassa i prezzi e così vengono abbassati i salari delle contadine/i che mangiano ogni giorno solo pesce secco per mandare qualche soldo alla famiglia.

Tutto questo fa paura! Paura per le nostre figlie e i nostri figli ai quali lasciamo in eredità un pianeta irreparabilmente ferito il cui inquinamento è fuori dal nostro controllo. Ai quali lasciamo incroci transgenici che implicano una seria sfida alla sacralità della vita. Incroci dovuti a quegli scienziati che si atteggiano a creatori divini, che agiscono non tanto sotto l’impulso di una ricerca basata sul raggiungimento di un benessere comune all’umanità quanto sulla possibilità di mettere all’asta, al miglior offerente, il proprio brevetto. Ai quali lasciamo un’idea della politica sbagliata. Non più un correre di pensieri e azioni che raggiunga l’arte dello stare insieme e la cura del bene comune, ma una confusione di idee e personaggi che giocano al mantenimento del potere, personale ed economico senza saperlo coniugare con il bene del paese. Ai quali lasciamo una crisi economica mondiale, irrisolvibile nei prossimi anni, crisi che colpirà la loro capacità occupazionale e penalizzerà la loro emancipazione dalle famiglie di origine.

Tutto questo fa paura! E poi ci sono le 1000 paure personali. Quelle di tutti i giorni:
la paura del giudizio altrui su di noi;
la paura di non essere amati;
la paura di invecchiare;
la paura della morte;
la paura della malattia;
la paura di perdere il lavoro;
la paura di non avere una pensione dignitosa;
la paura della solitudine…e poi ancora paure e paure che non riusciamo neanche a nominare.

La paura però non si coniuga con l’amore. Né con l’amore che circola fra di noi, né con quello che esiste tra noi e Dio. “Nell’amore non c’è paura; anzi l’amore perfetto caccia via la paura” ci dice la I lettera di Giovanni. L’amore perfetto, quello di Dio, ci custodisce come un tesoro prezioso, ed è questo che dovrebbe liberarci da quel vincolo che ci tiene allacciate/i strettamente alle paure del nostro tempo.  Il suo amore per noi si presenta all’orizzonte come possibilità perché è con noi, da noi, in noi che Dio nel mondo diviene, cambia, parla, agisce. Attraverso l’amore che può circolare fra di noi, Dio appare concreto, come concreto è il nostro corpo, la nostra parola, il nostro desiderio.

L’amore di Dio è lo sfondo sul quale si sviluppa la nostra vita, e l’atto di amare, di manifestare amicizia, di far regnare la giustizia è il nostro modo di incarnare Dio nel mondo, quel Dio vivente che è qui fra noi, nelle nostre giornate, che ha voglia di commuoverci, di tenerci tra le sue braccia, di riconoscerci come suoi figli e sue figlie per poi restituirci al mondo pieni della sua forza. L’amore di Dio per noi è ciò che ci permette oggi di non scappare di fronte al nostro tempo, di non chiuderci nella tristezza che viene da come vanno le cose sotto questo cielo, né di rimanere paralizzati/e di fronte alla vastità di eventi rispetto ai quali ci sentiamo ininfluenti. L’amore di Dio per noi è anche il suggerimento di una pratica d’amore che deve e può prendere corpo e storia tra di noi.

Ma la pratica dell’amore è una pratica difficile. Scrive la poeta Elizabeth Barret Browning:

“Se devi amarmi, per null’altro sia se non che per l’amore. Mai non dire: L’amo per il sorriso, per lo sguardo, la gentilezza del parlare, il modo di pensare così conforme al mio, che mi rese sereno un giorno. Queste sono tutte cose che possono mutare, amato in sé o per te, un amore così sorto potrebbe morire. E non amarmi per pietà di lacrime che bagnino il mio volto. Può scordare il pianto che ebbe a lungo il tuo conforto, e perderti. Soltanto per amore amami…”

Amare per amore, questo è l’amore perfetto di Dio. E’ questo l’amore che Dio ci regala. Se lo vediamo, se lo tocchiamo, facendolo circolare tra noi, esso scaccia la paura. La scaccia perché non possono trovare spazio né i piccoli ricatti, le povere pretese, le grandi delusioni, nasce invece la capacità di avere uno sguardo d’insieme su noi e sul mondo colmo di speranza, gioia, fiducia…
Pur rimanendo consapevoli dei limiti e delle piccolezze che ci appartengono, il supporto che Dio ci offre amandoci per amore, è così forte, così radicante che ci permette di abbandonarci, almeno a tratti, melodiosamente tra le sue mani.  Insieme a Dio possiamo vedere la vita senza paura.

Possiamo alzare la voce, quando fanno finta di non sentirci o quando ci mettono a tacere, mentre protestiamo contro il male di quel potere che vuole plasmare questa terra a suo esclusivo beneficio;  possiamo segnare la nostra civiltà attraverso una pratica di attenzione e di amore reciproco, una civiltà da consegnare alle nostre figlie/i, certo piena di contraddizioni ma anche ricca di resistenza e passione. Ogni cosa può accadere se la facciamo avvenire, in primo luogo all’interno di noi. Meister Eckhart, in uno dei scritti, afferma: “Ho detto una volta: ciò che può essere espresso secondo verità di parola, deve provenire dall’interno verso l’esterno e derivare da una forma interna, non venire dall’esterno verso l’interno ma dall’interno verso l’esterno”. Se riusciamo a sentire l’amore di Dio dentro di noi, come una realtà concreta, questo amore può diventare una pratica di vita che esce da noi per circolare nel mondo.  Una pratica che può essere a sua volta citata, fatta propria da altre/i, rimbalzando da persona a persona.

L’autore di questo testo biblico era un fine conoscitore della vita. Ne conosce le contraddizioni, le seduzioni, le debolezze ma dentro di sé sapeva anche che ogni situazione critica poteva essere superata attraverso la pratica d’amore tra gli esseri umani che deriva, però, da quella di Dio nei nostri confronti. Che quell’amore abbracci ciascuna e ciascuno di noi rendendoci sorelle e fratelli le une degli altri e che per tutte/i sia possibile, essendo eredi di Cristo, capaci, semplicemente, di amare per amore.

Tratto da www.chiesavaldese.org

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Dimoreremo presso di lui

                                                                     riflessione della pastora Daniela Di Carlo
 
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Gesù gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti. Giovanni 14:23-27

Hans Magnus Enzensberger è uno scrittore, filosofo e poeta tedesco che ha pubblicato alcuni anni fa Il perdente radicale, Einaudi 2007. Il perdente radicale è la persona che ha perso le sfide della vita. E’ l’uomo aggressivo, pieno di rabbia e rancore che non sapendo vivere nelle contraddizioni del mondo, perché troppo pesanti, ha deciso di distruggere quelli e quelle a lui vicino e gli odiati, generici, altri. Usando lo strumento semplice dell’assassinio individuale o di massa, il perdente radicale è il padre che stermina la sua famiglia, è il vicino di casa che con la moglie accoltella quelli che vivono sullo stesso pianerottolo perché hanno un bambino di tre anni che piange e da’ fastidio, è il tifoso che uccide il poliziotto o l’allenatore per una partita di calcio, è il nazista che si stringe attorno a Hitler nel bunker di Berlino negli ultimi giorni della sconfitta del Reich, è il kamikaze che è impegnato, con il suo suicidio, a distruggere un’altra civiltà considerata nemica, è lo sterminatore che sbarca su un’isola e compie una strage di quelli che appartengono al partito politico opposto al suo. Il perdente radicale è quello che dopo aver visto in televisione il poliziesco americano gioca al tiro a segno con gli umani, è quello che pensa e sé come il vendicatore che non ha nulla da perdere, perché tutto ormai è già perso.

Il/la perdente radicale, per estensione, è anche chi ha perso la speranza e si muove nel mondo con fare distruttivo, senza interesse, senza responsabilità, senza amore. La crisi economica, quella del lavoro, quella dell’emergenza meteo, quella delle relazioni affettive, si confondono e amalgamano rinforzando l’auto commiserazione. Si forma così il diritto a demolire il valore dell’altro/a, chiunque esso sia: la moglie, il figlio, il governo, il caporeparto, il direttore amministrativo, l’avversario politico… Cresce così la rabbia, il senso di sconfitta e si finisce per vivere un’esistenza dannata. Senza tregua, senza respiro, senza senso, il peso della vita appare insopportabile e insostenibile. Il/la perdente radicale è quello tra noi che non vede la vita accompagnata né dalle altre e gli altri e ancor meno dalla fiducia della fede in Cristo. Non riesce a vedere né il presente, né il futuro in compagnia di Dio e dell’umanità. Si sente protagonista solitario di un’odissea senza né capo né coda, senza logica, né sentimento, diventando così martire, in fondo, di se stesso.

Gesù conosce il peso della vita, di ogni vita, ed è per questo che dona due cose ai discepoli, cioè alla comunità cristiana nel suo insieme, e quindi anche a noi: la prima: “ Vi do la mia pace… il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti”. La pace è il dono che soltanto un re può fare al suo popolo e si tratta non della pace in cui egoisticamente ciascuno desidera chiudersi, lasciando fuori il mondo, dai propri pensieri e dal proprio orizzonte. Si tratta della pace che viene dalla certezza del perdono e dell’amore di Dio, che viene da quella fiducia, in lui riposta, che ci offre la consapevolezza che le circostanze della vita non possono distruggere in nessun modo il nostro valore, i nostri sogni, i nostri progetti. Non solo, quella pace, può farci vivere in questi tempi scatenati senza essere turbati né sgomenti. Non impermeabili agli avvenimenti o alla storia ma capaci di portarne il peso e le contraddizioni, capaci di agire e di dire la nostra visione del mondo con forza e sovranità.

La seconda cosa che ci viene consegnata è: “Il consolatore, lo Spirito Santo che il padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa…”.
Dio ha creato l’umanità usando la polvere della terra e le ha soffiato nelle narici il suo Spirito affinché sia possibile, grazie ad esso, avere la capacità e la possibilità di una vita piena, di relazione con lui e con le altre e gli altri. Allo stesso modo, Gesù ha chiamato a sé delle persone, noi tra loro, e soffiando su noi, e loro, lo Spirito Santo ci ha strappato dalla paura dei nostri giorni, dal silenzio, dall’immobilità, dall’ essere possibili perdenti radicali.  Come Dio, Gesù ci ri-crea, ci chiama alla vita attraverso il dono dello Spirito Santo, quello Spirito che è allora una ripetuta creazione che ci restituisce al mondo forti di quella Parola benedetta, rinnovata, che rende il vivere lieve nonostante la sua intrinseca durezza.

«Ci rimane solo un sentiero molto stretto, spesso estremamente difficile da trovare, per vivere ogni giorno come fosse il nostro ultimo e, ugualmente, vivere secondo fede e responsabilità come se ci fosse un grande futuro. L’essenza dell’ottimismo non è soltanto guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica a sé.» Dietrich Bonhoeffer

Tratto da www.chiesavaldese.org

 


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La voce del buon Pastore

                                                                  Riflessione del pastore Gianni Genre
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«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono;  e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano.» Giovanni 10, 27-28

Nelle scuolette Beckwith dei villaggi valdesi, dove non si volevano mettere i quadri raffiguranti la Vergine Maria con il bambino Gesù, vi era sempre l’immagine di Gesù con le sue pecore; Gesù come Buon Pastore che si mette sulle spalle la pecora ferita o smarrita…
Ma a che cosa servono le pecore di Gesù? A nulla. Le pecore, a Gesù, non servono a nulla. Il buon pastore con il quale Gesù si identifica si prende cura delle pecore per nulla. L’unica sua preoccupazione è che la pecora sappia quanto il pastore la ama, gratuitamente. Se hai mai avvertito, nei momenti della forza o anche nei momenti della fragilità, della debolezza, la necessità di sentirti al riparo, di avere Qualcuno che si possa prendere cura di te e darti protezione, forse riesci a capire quale sia il senso della cura, della premura che Gesù vuole avere nei tuoi confronti. E riesci anche a capire quale sia la tua funzione di pecora amata: quella – e solo quella – di riempire di gioia il pastore delle pecore.

Il testo contiene anche una parola molto dura di Gesù nei confronti dei suoi interlocutori che gli chiedono se Lui sia il Cristo, il Messia tanto atteso. Gesù risponde in modo secco: “Voi non credete perché non siete delle mie pecore. Non siete parte del mio gregge!”

Senza stare a scomodare la questione della predestinazione, come fanno alcuni commentatori, per spiegare il mistero di chi crede e di chi rimane incredulo, è evidente che qui sono proprio quelli che credono di essere parte del gregge di Dio a sentirsi dire che ne sono fuori. Il criterio per sperare di essere parte di quel gregge è il riconoscere che non sappiamo affatto certi di appartenervi.

E la distinzione, fra chi è dentro e chi è fuori, non può essere operata da noi, la conosce soltanto Dio. Noi siamo solo chiamati a chiederci, con grande umiltà, se riusciamo ancora, in mezzo ai mille rumori assordanti di questo mondo, ad ascoltare la voce di Gesù. Se ci sembra ancora di riconoscere la sua voce, di decifrarla in mezzo alle tante altre voci che gridano e che vogliono coprire la sua, allora nulla ci potrà mai più spaventare.
Perchè nulla e nessuno ci possono rapire dalla mano forte e innamorata di Dio.

Tratto da chiesavaldese.org

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