Articolo taggato “Corinzi”

AMORE, PRIMA DI TUTTO

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Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta (continua…)

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Alla Luce Della Parola

La forza di Dio nella debolezza umana

Se bisogna vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. Il Dio e Padre del nostro Signore Gesù, che è benedetto in eterno, sa che io non mento. (…) (continua…)

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Alla Luce Della Parola

Il corpo

Noi sappiamo infatti che la tenda nella quale abitiamo, cioè il nostro corpo terreno, viene distrutta. Sappiamo però di avere in cielo (continua…)

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Il volto di Cristo

                                          riflessione del pastore Sergio Manna

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Dio che disse: “Splenda la luce fra le tenebre”, è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo. 2 Corinzi 4,6 Era un periodo difficile della mia vita. La sofferenza intorno a me e dentro di me mi aveva condotto in quella che potrei definire l’oscura notte dell’anima. Avevo smesso di dedicare tempo alla lettura della Bibbia, alla meditazione e alla preghiera, come avevo fatto per anni, dopo i miei cinque chilometri quotidiani di corsa. Avevo continuato a fare jogging, ma avevo smesso di pregare. Un giorno, alla fine della corsa, mi sedetti, come di consueto, nel mio studio e iniziai a sciogliere i lacci delle scarpe da jogging mentre la stanza era ancora avvolta dalla penombra. All’improvviso, attraverso la finestra penetrò un raggio di sole e la sua luce andò a cadere proprio in un punto esatto della mia biblioteca teologica; quello sul quale avevo posto una piccola icona di Cristo acquistata tempo prima nella libreria del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra. La luce, attraversando la penombra della stanza, si era posata proprio sul volto di Cristo. Era una coincidenza? Non lo so. Ma quando me ne accorsi ne fui profondamente commosso, come se Dio mi avesse inviato un messaggio: “Guarda a Cristo. Per quanto grande possa essere la tua sofferenza, torna a Cristo, a colui al quale nessuna sofferenza è sconosciuta. In lui troverai conforto”. Quel raggio di sole che era caduto sul volto di Cristo finì per dissolvere anche le tenebre che mi circondavano e pose fine alla mia crisi spirituale. Ho imparato allora che non esistono tenebre che non possano essere penetrate dalla luce che risplende nel volto di Cristo.

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Le giuste relazioni

                                                    riflessione del pastore valdese Giovanni Grimaldi

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Quanto dunque al mangiare carni sacrificate agli idoli, sappiamo che l’idolo non è nulla nel mondo, e che non c’è che un solo Dio. I Corinzi 8.4 Nella città di Corinto, come in tutta l’antichità, lo spaccio della carne venduta ai cittadini era situato presso i templi ed era la parte degli animali offerti alla divinità che non veniva bruciata sull’altare. Il fatto che questa carne fosse stata offerta all’idolo costituiva per i credenti di Corinto un problema. [ndr] “La mangiamo, perché non crediamo negli idoli.” Non è che avessero torto, ma avere ragione non è l’unico fattore importante; spesso chi ha ragione ha poi completamente torto nelle sue relazioni; si può diventare insensibili o addirittura fanatici, trascurando un altro criterio della verità, che è la fedeltà: essere veritieri nella relazione con il prossimo. Non basta “sapere” di essere nel giusto; devono esserlo anche le relazioni.

La formula “un solo Dio” è la base della nostra identità, che viene modellata da Cristo. Paolo risponde a chi dice di “conoscere”, che non basta sbandierare la propria libertà; la situazione potrebbe richiedere l’astensione da essa come atto generoso e sensato. L’amore è intelligente, si informa: persino i consigli di Paolo sono soggetti alle circostanze; a volta siamo costretti ad urtare delle sensibilità: la debolezza non può essere usata come arma per tenere in ostaggio la comunità su questioni etiche. Queste vanno affrontate non a partire da una regola, ma dal suo fondamento, che è la verità nell’amore: Cristo in Dio.

Tratto da chiesavaldese.org

 

 

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Il giorno della salvezza

                                                             riflessione della pastora valdese Daniela Di Carlo 
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Come collaboratori di Dio, vi esortiamo a non ricevere la grazia di Dio invano; poiché egli dice: “Ti ho esaudito nel tempo favorevole, e ti ho soccorso nel giorno della salvezza”. Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza! Noi non diamo nessun motivo di scandalo affinché il nostro servizio non sia biasimato;  ma in ogni cosa raccomandiamo noi stessi come servitori di Dio, con grande costanza nelle afflizioni, nelle necessità, nelle angustie, nelle percosse, nelle prigionie, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni;  con purezza, con conoscenza, con pazienza, con bontà, con lo Spirito Santo, con amore sincero;  con un parlare veritiero, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra;  nella gloria e nell’umiliazione, nella buona e nella cattiva fama; considerati come impostori, eppure veritieri; come sconosciuti, eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci viventi; come puniti, eppure non messi a morte; come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa!» II Corinzi 6: 1-10

Come si fa a ricevere con gratitudine la grazia di Dio nei nostri giorni? Come si fa ad attraversare la vita con fiducia in questi tempi così bui, in quest’era globalizzata dove il profitto e le leggi di mercato sembrano essere l’unico vero assoluto verso il quale l’umanità si genuflette? Come si fa ad attraversare il presente vedendo in esso un tempo favorevole ai nostri progetti? Vorrei condividere con voi un’ analisi del presente fatta da Naomi Klein che mi sembra ci possa aiutare a fare chiarezza su ciò che stiamo vivendo adesso.

Klein racconta di Ewen Cameron, un medico canadese, che negli anni ’50 svolgeva esperimenti sulla mente umana. Pensava di poter disfare e cancellare le menti difettose e poi ricostruire nuove personalità. Partendo dalla distruzione scientifica della storia di una data persona, arrivava al ricondizionamento mentale attraverso la ripetizione ossessiva, fino a 16/20 ore al giorno, che descriveva come doveva risorgere a nuova esistenza. Accanto a questo strumento utilizzava l’elettroshock, l’isolamento intensivo e la somministrazione di farmaci sperimentali che comprendevano droghe psichiadeliche.

I suoi studi dimostravano che gli effetti collaterali di questa sperimentazione erano tanti ed alcuni di essi molto gravi (amnesie, regressione fino a non saper più camminare e parlare, deprivazione sensoriale…) ma la possibilità di poter presumere che fosse possibile “costruire” esseri umani obbedienti, accondiscendenti, plasmabili, lo invogliò a continuare anche grazie ai finanziamenti che ottenne la sua opera.

Questo progetto venne infatti sponsorizzato dalla CIA dal 1953 al 1961 e fu adottato da 44 università e 12 ospedali statunitensi che divennero poli di sperimentazione. L’interesse della CIA era rivolto allo sviluppo di una ricerca capace di trovare nuovi modi per piegare la volontà dei prigionieri sospettati di essere comunisti, terroristi, ecc. Questo studio oltre a produrre un manuale di tecnica militare, rappresenta uno dei pilastri sui quali si fonda l’attuale economia globalizzata. Se i paesi sono scioccati dalle guerre, dagli attacchi terroristici, dai colpi di stato, dai disastri naturali questi vengono scioccati un’altra volta dalle grandi aziende e dai politici che sfruttano la paura e il disorientamento di quel primo shock per imporre la shockterapia economica. E se le persone osano opporre resistenza a questa strategia dello shock vengono scioccate una terza volta dalla polizia, dai soldati, dagli interrogatori in prigione oppure da operazioni finanziarie ammantate di filantropia.

Quello che è avvenuto a New Orleans dopo l’uragano Katrina può darcene un esempio. La città prima dell’uragano vantava un sistema scolastico pubblico riconosciuto non solo per l’alta qualità di istruzione che offriva ma anche perché l’accesso alla scuola era offerto a tutte e tutti indipendentemente dalle risorse economiche delle famiglie di provenienza. La scuola di Chigaco, fondata dall’economista Milton Friedman, sostenitore della globalizzazione economica più radicale, trasformò in scuole charter quasi tutte le scuole della città. Cioè le scuole rimasero in teoria scuole pubbliche ma la gestione passò a privati, che potevano sorvegliare la scelta del corpo docente, la scelta degli sponsor… La gestione pubblica delle scuole che prima vedeva 123 istituti si è trovata ad averne solo 4 assistendo impotente a quello che è stato descritto come un vero e proprio esproprio educativo in grado di produrre una futura classe dirigente accondiscendente alle leggi di mercato. New Orleans è stata la sede ottimale nella quale poter sperimentare la dottrina dello shock che afferma che soltanto una crisi, reale o percepita, produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Quando la crisi colpisce è fondamentale agire in fretta, imporre un mutamento rapido e irreversibile prima che società tormentata dalla crisi torni a riprendersi il controllo. Lo scopo della dottrina dello shock è quello di affermare la Santa trinità economica: l’eliminazione della sfera pubblica, la liberalizzazione delle corporation e la riduzione della spesa sociale.

Come si fa allora a leggere il nostro tempo come un tempo favorevole? Nonostante quanto afferma Klein purtroppo sia vero, secondo Paolo è possibile intravedere speranza in ogni presente. Paolo parte da sé e scopre che grazie a Cristo, Saul il persecutore diventa Paolo l’apostolo. Grazie a Cristo, Saul non solo ebreo, ma anche fariseo, non solo fariseo ma anche shammaita, si trasforma, si converte, cambia segno alla sua esistenza. Quel Saul che ricercava lo zelo in Dio, interpretando severamente la Torah anche attraverso il coltello, lascia il posto a Paolo che annuncia la grazia tra i goyim, quei pagani che lo avevano governato e che egli stesso aveva odiato con tutta la sua forza; quel Saul che aveva discusso e sostenuto la linea dura rispetto all’osservanza della Mishnah, codice indiscusso della legge mosaica, lascia il posto a Paolo che abbatte ogni legge passata in favore dell’unico comandamento d’amore ricevuto da Cristo.

Paolo è per noi un orizzonte di possibilità, quella possibilità offerta a ciascuna/o di noi di resistere e di guardare con ottimismo alla vita. Per Paolo è sufficiente essere consapevoli della grazia che ci fa essere con Cristo un unico corpo. Di quella grazia che ci rende speciali agli occhi di Dio, che ci rende creature amate e degne di appartenerle. Quella grazia che fa sì che Dio trovi in ogni singola donna e uomo qualcosa di particolare ma anche eccezionale capace di irradiare lo spazio che li contiene e li circonda. La grazia è ciò che ci permette di pensarci in modo diverso, di immaginarci la possibilità del bene che può circolare fra noi e fra Dio e noi; quel bene che da’ maggiore realtà agli esseri umani ed alle cose. Vivere in Cristo significa questo, in fondo, guardare alla vita con intelligenza, con libertà, lasciandosi guidare da quel legame forte che abbiamo stabilito con lui/lei, che continuamente ci rimanda le nostre parole ed i nostri gesti dopo averli misurati con le sue parole ed i suoi gesti nella consapevolezza che tutte e tutti noi nasciamo dal desiderio di Dio.

Osare il futuro per noi significa allora nascere in Cristo come persone libere in grado di costruire la propria esistenza in quegli spazi cercati e condivisi nei quali trovare la propria bellezza insieme all’amore di Dio. Credere in Dio è come percorrere la vita tenendo per la mano Dio. Etty Hillesum afferma che “una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata”. Che sia allora possibile per tutte e tutti noi resistere al male della vita osando costruire il nostro futuro attraverso visioni e soprattutto nutrendoci della fiducia e dell’ottimismo che ci viene dalla fede in Cristo perché anche questo, nonostante non lo sembri affatto, è, come dice Paolo, il tempo favorevole portatore della salvezza.

Tratto da www.chiesavaldese.org

 

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Il nostro bisogno di consolazione

                                                                                          riflessione del pastore Gianni Genre
 


«Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione» II Corinzi 1: 3-4

Incontro ogni giorno – ed in questo periodo di crisi non soltanto economica questo accade con maggiore frequenza – persone che non chiedono (non più o non solo) che la loro situazione possa cambiare, ma cercano un possibile frammento di consolazione. Alla radice del “male oscuro” del nostro tempo, che coniuga nevrosi e assurdità del vivere quotidiano, abbiamo, semplicemente, bisogno di una parola di approvazione sulla nostra vita. 

Abbiamo tutti e tutte (anche se siamo diventati bravi a camuffarle o a nasconderle agli altri e a noi stessi) molte ferite di cui a volte non siamo neppure pienamente consapevoli. Parlo di ferite e di cicatrici, non di peccati, perché molte, moltissime cose, nella vita non sono “colpe” e non sono “peccati”: sono rivolte, malattie, frustrazioni, fallimenti, mancanze di senso e di orientamento. A nessuno di noi, se ancora non abbiamo seppellito il nostro cuore sotto il selciato della routine e del disincanto quotidiano, la vita risparmia motivi di afflizione e di sofferenza. E forse nessuno come noi e come le nostre fragili chiese sanno o dovrebbero sapere che il perdono e l’amore di Dio sono l’unica cosa che ci hanno tenuto e ci tengono in piedi.

Dovremmo sapere – e poi dire agli altri – che la tua e la mia vita sono state riscattate, accolte, perdonate, consolate. La consolazione di Dio, se è autentica, se davvero è sperimentata, vissuta, creduta, non può essere custodita gelosamente, ma va messa in circolo. Perché non è proprietà di nessuno, ma opera dello Spirito di Cristo che ci consola, che è venuto, è vissuto, ha sofferto, è morto ed è risorto per consolarci. Non c’è bisogno di fare nulla di speciale perché le nostre chiese rispondano alla loro vocazione, non c’è bisogno di scoprire chissà quali ricette per restituire loro la ragione della loro esistenza: è sufficiente avere sperimentato un frammento della consolazione del Signore e lasciare agire questa consolazione che non dipende da noi ma dallo Spirito consolatore di Gesù che continua ad accompagnarci, senza colpevolizzarci, e ci tiene per mano.

Come i bambini che hanno paura del buio, siamo subito consolati se sappiamo di non essere soli. Anche se la notte permane e il giorno non appare ancora, se Qualcuno di più forte ci prende per mano, non avrò paura, non avrai paura, perché il nostro cuore sarà consolato. Se questo accade, il “coraggio di esistere” allora diventa possibile, anzi diventa la più bella delle sfide.

Tratto da www.chiesavaldese.org

 

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