Articolo taggato “Amore”

Coraggio, amicizia e serenità

                                                                                  di Giuseppe Rissone

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Mantengo la promessa di rispondere ai vostri commenti, incominciando da quello di Mr. Loto: Come giustamente scrivi, quando qualcosa non ci piace dobbiamo essere i primi a tentare di cambiarla, altrimenti è inutile sprecare il proprio tempo ( e le proprie energie ) a lamentarsi o a vivere di rimpianti.Fossi in te non mi arrenderei perchè chi rinuncia ai propri sogni stà già cominciando a morire…. Coraggio! Esatto, ci vuole proprio coraggio, non sono ancora giunto a una conclusione, ovvero sono in grado di tagliare tutto e riprendere una vita che sento più mia? Proprio in queste ore sto analizzando i pro e i contro, sono cosciente che chi rinuncia ai propri sogni segna indelebilmente la sua morte, forse non fisica, ma ci assomiglia parecchio. Sono notizie di questi giorni i suicidi di persone a cui hanno tolto i sogni, le speranze, le scelte individuali. Proseguendo, rispondo all’amico Gian: Giuseppe, quando è nata Ilaria sul bigliettino attaccato al classico fiocco ho scritto “siamo in tre ora a sfidare il Mondo”. Sono passati molti anni, ma comunque continuo a pensare che sia giusto sfidare il Mondo. Lo so che il tempo è sempre più scarso, che la stanchezza a volte prende il sopravvento, ma il constatare che comunque qualcosa di buono sono riuscito a farlo, mi da la forza di continuare, e se anche tu provi a guardare obiettivamente quanto hai fatto vedrai che la stanchezza sarà sicuramente minore, e avrai la spinta necessaria per continuare. Con amicizia… Del commento di Gian sottolineo il termine “amicizia” a cui aggiungerei “amore”, ovvero i due pilastri della vita umana che mi permettono, con enorme fatica, di stringere i denti e andare avanti, però la “stanchezza” non solo fisica annebbia la vista e ti fa credere che anche l’amicizia e l’amore non bastino. Concludo con Halley: Grazie, e buon coraggio e serenità a te per tutto! Un sorriso. Serenità, ecco la parola chiave, se sei sereno scavalchi le montagne, se sei sereno reggi all’urto delle cose che non vanno, se ti manca la serenità non sei in grado nemmeno di vedere quello che di buono ce intorno a te. La foto che ho scelto rappresenta molto il mio stato d’animo attuale, vedo tanto grigio e sono agitato per il domani. Per riprendere la mia strada ho bisogno di tanti sorrisi sinceri come i vostri, a presto!

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Forse non lo sai, ma pure questo è amore

                                                                                                                 di Giovanni Gonella

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Quasi tutti i giorni sui giornali leggiamo articoli che riguardano violenze all’interno delle coppie, spesso sfociano in stupri e, purtroppo, anche in omicidi. Ve ne do un esempio:  Il Messaggero “Napoli, donna uccisa a coltellate, il marito inventa una rapina poi confessa”L’Unione sarda “Aggredisce la moglie e terrorizza i 2 figli. Pregiudicato di Pirri arrestato dalla polizia”Fatti di cronaca (giornale on line): “Livorno, moglie gelosa tenta di evirare il marito fedifrago”Cronaca qui Torino: “Ammazza la moglie che gli dorme vicino: In sogno mi tradiva” La Stampa Torino: “La gelosia ha armato l’assassino scrittore. Svolta nelle indagini sul giallo di Giaveno”. Mi fermo, ma purtroppo l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Come avete letto la maggioranza di queste notizie riguardano violenze sulle donne. Voglio solo far notare che ho spaziato per tutta l’Italia, isole comprese come diceva un famoso spot. E questo perchè non si può e non si deve circoscrivere il fenomeno in una sola parte del territorio; i protagonisti poi appartengono a tutte le classi sociali. Ho voluto intrufolarmi in questo argomento perchè solo pochi giorni fa, lunedì, un articolo di cronaca mi ha particolarmente colpito e l’hanno riportato diversi giornali: Si spara a ottant’anni sulla bara della moglie. Abbiamo viaggiato sempre insieme. Il viaggio più lungo non te lo lascio fare da sola». In questo biglietto c’è tutto l’amore di Giovanni per Alma. Avevano appena festeggiato 51 anni di matrimonio. Il cuore di lei ha smesso di battere sabato, ieri pomeriggio lui ha scelto di seguire la donna che ha amato per tutta la vita. E ha voluto farlo subito, davanti alla sua bara, nella camera mortuaria dell’Irv di via San Marino: Giovanni Disnero, 80 anni, ha impugnato il proprio revolver calibro 22 e ha premuto il grilletto. Giovanni era un piemontese doc, rigoroso, preciso. È arrivato in via San Marino con tutti i documenti necessari a far capire la propria storia. Non voleva scatenare indagini, accertamenti, alimentare misteri. La scelta è stata lineare, come la sua vita e il suo amore per Alma. In una bustina trasparente ha lasciato i documenti che potevano servire a capire tutto: la fotocopia delle due carte d’identità, del certificato di matrimonio, della registrazione-denuncia dell’arma utilizzata. E sopra a tutte, il biglietto. E’ scritto in piemontese, la sua lingua, quella che aveva scandito ogni attimo della vita con Alma. In quel biglietto, Giovanni si rivolge a lei, ma scrive in stampatello per farsi capire anche dagli altri. Ancora una volta, per chiarezza, per non lasciare dubbi. Accompagnato nella camera mortuaria, ha chiesto di essere lasciato solo. Non soltanto per pudore. Voleva essere certo che nessuno fosse coinvolto, tritato da indagini e vicissitudini giudiziarie per una questione che era soltanto sua.  A quel punto, ha sistemato la busta trasparente sulla bara di Alma, si è seduto in fondo alla stanza, ha rivolto la pistola sul proprio addome e ha premuto il grilletto. Quattro volte. Era ferito, ma ancora lucido. Temeva di sopravvivere. Determinato più che mai, ha puntato la canna alla tempia e ha premuto di nuovo il grilletto. Il colpo fatale. I soccorritori del «118» hanno potuto soltanto constatare la morte dell’anziano. Sono arrivati anche gli agenti della «Volante» e della Polizia Scientifica. Giovanni aveva fatto in modo che potessero capire subito la situazione. E così è stato. I poliziotti hanno lavorato quasi in silenzio. C’era poco da dire, le informazioni che servivano erano già nero su bianco. Giovanni era partito per raggiungere Alma. Il suo amore eterno.  Il 25 novembre sarà la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. A me piacerebbe che in questa giornata si ricordi anche di Giovanni e dell’amore che ha avuto nella sua vita. Una volta i suicidi non entravano in chiesa, io mi auguro che lui, a dispetto di tutti, sia già fra i Santi. Ad Alassio, sul muretto, c’è una statua dedicata agli innamorati di Peynet; come sarebbe bello se anche qui da noi dedicassimo un giardino, una piazza, una via o qualsiasi altra cosa, all’amore di una vita, prendendo spunto dalla storia di Giovanni e Alma.

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Con coraggio e amore

                                                              di Giuseppe Rissone
 

Sono passate da poco le ventidue e trenta di venerdì sera e mi accingo a scrivere l’articolo per questa rubrica – utilizzando per gentile concessione di mio figlio, il Mac – e sinceramente non ho le idee molto chiare su che cosa scriverò. Se mi faccio prendere dalle notizie degli ultimi giorni, scriverei solo cose tristi e pessimistiche, però il mio carattere mi porta ad essere un irriducibile ottimista.

Basta un piccolo evento, anche insignificante, per rendermi allegro e propenso a vedere tutto in positivo, capisco che non è facile per chi perde il lavoro, per chi non riesce a trovarlo, per chi colpito da una grave malattia o altro triste evento. Questo non significa che la mia vita e priva di momenti difficili e complicati da gestire, però cerco di farlo sempre con la consapevolezza che per tutto esiste una soluzione. E’ senza ombra di dubbio, entra in gioco la fede, la certezza di credere in un Dio d’amore e il vivere il tutto in una comunità.

Venerdì sera Fabio Fazio, intervenendo al programma di Lilli Gruber “Otto e mezzo”, ha parlato del moltiplicarsi dei suicidi, invitando le istituzioni ad intervenire con un annuncio chiaro: anche davanti a grosse cifre richieste, il fisco potrà e dovrà dilazionare i pagamenti. Condivido il pensiero e auspicio di Fabio Fazio e mi auguro che chi può risponda a breve, prima che la situazione, già drammatica, precipiti. Concludo con un piccolo invito, cercate e provate sempre tutte le soluzioni, perchè rinunciare a vivere non può essere la via giusta.

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Il coraggio e la forza d’amare

                                                                               di Giuseppe Rissone
 
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Un gruppo di persone si frequentano obbligatoriamente per molte ore al giorno, per molti giorni alla settimana. Non si possono definire amici, allo stesso tempo la convivenza è buona. Qualche battuta – alcune volte sopra le righe – una sigaretta, un caffè, e la giornata trascorre seppur faticosamente, normalmente! Però c’è un disturbo, simile a quelli che non permettono di ascoltare perfettamente una stazione radio o di vedere un’emittente televisiva. La soluzione più semplice sembra quella di “eliminare” il disturbo, ma eliminare è simile ad allontanare da se un problema, tenerlo lontano, il risultato? Recherà danni su altri “canali”. La soluzione migliore, certamente più faticosa, sarebbe quella di riparare il “disturbo”. Pensateci bene, in ogni gruppo che frequentate – amicale, familiare, lavorativo – è sempre presente un “disturbo”, una presenza che per motivi diversi cerca di rompere l’armonia dell’insieme. Riparare, vuol dire ricucire un rapporto, individuare quali sono le cause che hanno creato questo “disturbo”. Non so se questo mio racconto è stato sufficientemente chiaro, l’intenzione era ed è di sottolineare che non è l’eliminazione del “nemico” a risolvere il problema, ma solo attraverso l’incontro si può scoprire che il suo “disturbo” era un segnale per farsi ascoltare, per farsi comprendere. Avevo già in mente queste righe, quando venerdì sera ho visto un film dal titolo “Feast of Love” (banchetto d’amore) con Morgan Freeman, una meditazione sull’amore e sulle sue sfaccettature, sui diversi modi in cui si manifesta. Il film gira intorno alle storie d’amore di un gruppo di vicini di casa, sulle loro gioie, i misteri e anche i dolori provocati dall’intenso sentimento dell’amore. Il succo del film si può riassumere nelle battute finali: 

Morgan Freeman – Harry Stevenson 

o Dio è morto oppure ci disprezza…

Greg Kinnear – Bradley 

Dio non ci odia, Henry, altrimenti non ci avrebbe creato con un cuore così coraggioso

Ecco che cosa serve, avere coraggio d’amare e la forza di non disprezzare mai, l’amore per l’altro è sempre una provocazione che sconvolge i piani dei più, ma vale sempre la pena di metterlo in atto.


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L’importanza dell’amore

                                                                   riflessione della pastora valdese Daniela Di Carlo
 
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Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente. L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno… I Corinzi 13

Patrizia Cavalli una poeta a noi contemporanea termina una sua poesia con queste parole:

Ma d’amore non voglio parlare, l’amore lo voglio solamente fare

Ma come si può fare, costruire l’amore oggi, in questo nostro mondo? Come si può smettere di spendere parole sull’amore e iniziare veramente a considerarlo uno strumento, il principale, anche stando a quanto ci dice Paolo, che orienta ogni nostro dire, ogni nostro agire? Amare è difficile perché per amare bisogna essere minimo in due, e sappiamo bene che ogni incontro, dove circola amore, un incontro di coppia, d’amicizia, di relazione figliare, non vive del semplice nutrimento dell’amore stesso, ma mescola questa strana cosa, che è l’amore, con il desiderio di possesso, di controllo dell’altra/o, oppure, con il desiderio di fusione dove i confini dell’uno e dell’altra perdono identità, oppure, con il desiderio di prevaricazione attraverso la quale si stabilisce una lotta che decreti una vincitrice e un vinto…oppure, mille altre dinamiche ancora più complesse e inconfessabili.

Insomma, quando si è in due o più di due, tutto diventa assai difficile e in particolare diventa difficile essere fedele ad ogni sentimento, ad ogni pensiero che comincia a germogliare in ciascuno dei soggetti in questione. Diventa difficile essere fedeli a se stesse e se stessi e contemporaneamente essere fedeli all’attesa che l’altra o l’altro ha verso i nostri confronti. Sì, è difficile, eppure non possiamo fare a meno dell’amore. Per non amare bisogna scegliere la solitudine.
Sylvia Plath, una scrittrice americana, purtroppo scomparsa precocemente, da’ una definizione tremenda e contemporaneamente efficace della solitudine. Lei afferma:

la solitudine… parte da un punto indefinito dell’io: come una malattia del sangue che si diffonde in tutto il corpo sicché non si può localizzarne il focolaio, l’origine del contagio.

E’ vero la solitudine è una malattia, una malattia che siamo chiamati e chiamate da Dio e dalle persone che ci stanno accanto a debellare, a cancellare dalla nostra storia. Meglio vivere nelle contraddizioni dell’amore che in quelle della solitudine, meglio patire l’incomprensione dell’altro, dell’altra che la desolazione del vuoto, meglio lottare con colui/colei/coloro che amiamo, piuttosto che fasciarsi di ricordi o sogni che non incidono lo spazio del nostro presente. Anche se succede sempre qualcosa di travagliato tra, il “c’era una volta”, che si pone all’inizio d’ogni narrazione di una storia d’amore o d’amicizia e, “il vissero felici e contenti”, con il quale il racconto può terminare, vale sempre la pena di usare tutta la propria forza creativa, tutto il proprio pensiero, tutta la propria fantasia per avventurarsi nel terreno dell’amore.

Quest’insegnamento lo traiamo dall’osservazione che facciamo gli uni nei confronti delle altre, ma lo apprendiamo anche dal testo che abbiamo letto. Paolo in fondo ci invita ad uscire dal circolo della solitudine, dello struggimento interiore, per alzare gli occhi verso le altre e gli altri e verso Dio. Paolo c’invita ad uscire dallo sgomento del vuoto per lanciarci tra le braccia di coloro che amiamo e da cui dipendiamo per vivere. Non è solo il buon senso che guida Paolo: è piuttosto la certezza che quelle/i di Corinto potranno superare i conflitti nei quali sono caduti se riusciranno a lasciarsi andare nella reciproca accoglienza e soprattutto se avranno ben chiara la consapevolezza che Dio è lì con loro, intento a dirimere le questioni che li travagliano, intento a trovare il bandolo della matassa ingarbugliata che impedisce loro di accorgersi della presenza degli uni o delle altre, dei doni e delle capacità che caratterizzavano le donne e gli uomini di Corinto.

Paolo non fa altro che dichiarare che la parola amore può ospitare tutte e tutti di quella chiesa, li può ospitare e riparare come se fosse la vera casa comune in cui ciascuno di loro può trovare serenità. Una casa solida, di pietra, quella dell’amore di Dio che decentra l’attenzione dal sé e che soprattutto non permette alle parole delle persone di ruminare sui propri pensieri o le proprie preoccupazioni. Dio ha un cuore appassionato, ma mai per una persona sola, ha un cuore appassionato per tutte le donne e tutti gli uomini di Corinto, per noi, ed è quel cuore appassionato carico d’amore che c’insegna e ci dice di amarci. Quel Dio che ci ha voluti liberi di fare il nostro bene, e ahimè anche il nostro male, ci ricorda che l’amore è il nutrimento principale dell’esistenza, perché tutto può mutare ma mai quella verità che ci dice quanto sia necessario per noi l’amore, necessario come lo è l’aria, il sole, la notte, la luce.

Essere chiamati all’amore è come essere chiamati a far parte di un girotondo dove tutti e tutte si danno la mano e contemporaneamente tutti e tutte si muovono, Dio compreso. Amare vuol dire, in fondo, investigare l’anima di chi abbiamo di fronte con attenzione, con desiderio, con curiosità. E’ questo che ci chiama alla vita, lo sguardo e il calore dell’altra/o, lo sguardo e il calore di Dio. Ed in questo girotondo tutte e tutti possiamo guardarci in faccia, e muoverci in quello stesso verso che ci permette di comunicare, proprio perché seguiamo un’unica direzione, che è poi quella di Dio o forse è quella in cui Dio segue noi, chissà. 

La direzione di aver accettato la dipendenza gli uni delle altre, condizionandoci così a vicenda, nel tentativo di costruire un mondo che, oltre al senso comune, veda attestarsi la scommessa di quell’amore che nasce soprattutto dalla fede in Gesù Cristo. E’ la compagnia di Dio che ci permette la serenità della vita ed è la scommessa dell’amore che ci permette di amare la vita anche in situazioni d’estrema difficoltà, perché la vita, è vero, è difficile ma non è greve, è problematica ma non è impossibile, è complessa ma non è opprimente. Etty Hillesum nel suoi diari scrive:

Ho capito pian piano che nei giorni in cui proviamo avversione per il prossimo, in fondo proviamo avversione per noi stessi. Ama il tuo prossimo come te stesso. So che dipende sempre da me, mai da lui. Abbiamo un ritmo di vita molto diverso ma si deve permettere a ognuno di essere come è.

Nel girotondo d’amore in cui siamo invitati dobbiamo, allora, non solo guardare alle altre e gli altri con curiosità e desiderio ma anche a noi stessi deve essere rivolta attenzione e cura perché per amare dobbiamo amarci, per celebrare dobbiamo celebrarci, per far sorridere dobbiamo sorridere, per accogliere l’altro, l’altra e Dio dobbiamo già esserci accolti noi. Intanto Dio ci rimane accanto, invisibile ma concreto. La poeta Emily Dickinson scrive:

Non vidi mai una brughiera, non vidi mai il mare, non so che aspetto ha l’erica e cosa è un’onda. Non ho mai parlato con DioNé visitato il cielo, eppure so dov’è, come se avessi il biglietto per entrare.

Tratto da www.chiesavaldese.org

 

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