MONDO PLURALE

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Alcuni li chiamano mondi. Una pluralità che lascia allibiti. L’astronomia più speculativa, avanguardistica, immaginifica, chiama in causa l’esistenza di universi paralleli. Una tra le teorie più in voga porta il nome di multiverso. A cavallo tra scienza, mitografia e affabulazione, certi scienziati, come fossero debitori della fantascienza, posti di fronte all’incommensurabilità della loro ignoranza spiegano: sono universi che potrebbero avere leggi fisiche completamente diverse da quelle del nostro universo.

Altri, feticisti del dettaglio, asseriscono che per un nonnulla un universo è distinto dall’altro. E ignari di metafore migliori o più convincenti, spiegano che se qui ed ora Io (chiunque regga il discorso in quell’istante) ho i capelli biondi, esiste un universo parallelo in tutto e per tutto identico al nostro (plurale maiestatis), nel quale però Io sono castano.

L’egoverso, potremmo concludere, con un po’ di sana ironia.

Difatti. Alcuni scienziati, altrettanto immaginifici e speculativi, ma dotati un pizzico di buon senso(e di sguardo se non altro filosofico), dicono che il multi verso è la teoria più convincente dal nostro punto di vista (di esseri umani, dunque imperfetti e parzialissimi). Essa va presa come una teoria “dal basso” (bottom-up, locuzione inglese che si contrappone a top-down, cioè preordinata, precostituita, “calata dall’alto”).

Analogia sottile con una teoria altrettanto bottom-up, che pervade anche una certa corrente della psicologia che parla di un multi-io, intrinseco alla personalità di ciascuno, modulato secondo un processo in costante sintesi tra personalità diverse. Dunque parrebbe, confrontando i dati empirici con le teorie della fisica quantistica (punto d’appoggio di tutti coloro che ci spiegano l’ego, l’universo, o il momento attuale – sia storico che proprio il qui e ora), che la nostra identità sia una specie di algoritmo magico che ci governa, include sintetizza e definisce, e agisca da passapartout.

Paradosso del linguaggio scientifico che insegue modelli al limite della metafisica.

Altrove, dalle parti del Tibet (o in austri, sto citando il film di Herzog Kalachakra – la ruota del tempo), il Dalai Lama ci racconta che i mandala sono una rappresentazione del cosmo, al cui centro simbolicamente c’è il monte Meru, ma che ciascuno di noi ha un suo cosmo al cui centro c’è il proprio ego. Buddismo bottom-up che piace parecchio a Hollywood – all’occidente in genere, anche quello della modernissima India dominata da multinazionali che hanno scarso senso ecologico.

Insomma l’io è la chiave d’accesso al puramente reale, al di là del quale non ci si capisce.

Teorici e astrofisici concludono: esistono infinità di universi e il nostro è il migliore, poiché non ne conosciamo altri.

Si sa: certi autori di fantascienza sono stati (enfaticamente e quasi sempre posteriori) definiti creatori di mondi. Penso ad Asimov, a Dick, a Gibson. O a magnati dell’industria e dell’immaginario moderno come Lucas, Spielberg e Cameron.

Come scritto più volte in questa rubrica, fatico a immaginare la fantascienza (e la fantasia in genere) come qualcosa in opposizione al reale, ma al tempo stesso non sovrapponibile o confondibile. Qua e là ultimamente ho giocato e ironizzato 8criticamente) verso al moda delle realtà aumentate, e non credo molto al multitasking, alla sempiterna connessione, e dunque dal mio punto di vista, bisognerebbe anche considerare altri punti di vista oltre al nostro.

Tolkien, un altro caro autore che mi è simpatico, in Albero e Foglia, racconta che per lui credere o favoleggiare di elfi, gnomi e mondi incantati non lo isolava dalla realtà storica, né gli impediva di godere della quiete e della semplicità di un bel bosco, di un bell’albero, di un prato in cui distendersi, per ciò che questi sono, e basta. Se mai, intessuto di malie, magie e racconti fiabeschi, dopo una sosta di contemplazione, poteva intravedere il sovrannaturale, anche solo come qualcosa che aveva caratterizzato le generazioni precedenti e faceva parte del suo bagaglio come di quello della tradizione (anglosassone nello specifico). Un amore per il mito, per il racconto, che magistralmente ha saputo rinarrare anche sulla base di esigenze intime e profonde, che unissero l’epica alla levità e alla riformulazione di modelli comportamentali e di relazioni umane.

Tolkien visse e sopravvisse alla grande guerra, e come altri intellettuali del suo paese e della sua generazioni cercò a modo suo – di dare una forma all’orrore e a vincerlo, o almeno a provare a non spaventarsi di fronte ad esso.

Dal nostro punto di vista dunque non c’è nulla di meglio, anche se non potremmo mai saperlo con certezza, ma siamo felici di sapere che in qualche altro mondo, in un altro universo esistono bradipi che volano.

Lentamente.

Perché c’è un limite a tutto… bradipi che volano va bene, passi questa “licenza poetica”, ma che volino velocemente è un’assurdità. Un ossimoro, una contraddizione in termini. Immaginate che caos a Londra, ogni qual volta a Piccadilly Circus, il traffico si blocca perché tutti hanno lo sguardo rivolto al cielo a fissare “a fast slow which is flying over there”.

Ma lasciamo perdere gli Inglesi che, sconvolti dell’imminente Brexit, rischiano di dare all’Europa ciò che le spetta di diritto: la Scozia e tutto il suo inimitabile whiskey… L’unica rassicurazione di fronte a una tale drammatica epifania, sta nel fatto che volando veloce tutto quanto si sistemerà presto (everything will be okay soon) e si potrà tornare al paradigma del BAU, che contraddistingue la democrazia anglosassone quando non si lascia cogliere impreparata o intimorita da attentati, emergenze o epifanie assurde. (BAU sta per Business As Usual, qualcosa che potremmo tradurre con “torniamo ai consueti affari”, o alla più italica “normale amministrazione”).

Cari bradipo lettori, ho elucubrato giocosamente in questa prima parte di Attraverso lo specchio, non solo per invitarvi alla sospensione dell’incredulità (che aurea e sottile quanto fondamentale regola  della fantascienza, e questa in fin dei conti è pur sempre una rubrica che parla di fantascienza). Ma anche per avvertirvi di stare accorti ai nuovi Guru, ai neocavalieri Jedi e alle teorizzazioni in genere, laddove ci spiegano la via per la felicità, l’algoritmo della verità, o cose così.

Sempre meglio sorridere di fronte a questo (sperando che una risata li seppellirà, anche solo nella nostra credulità). Purtroppo di eventi tragici, drammaticamente reali, il mondo è pieno. Fortunatamente ci sono anche cose positive, anche se un po’ nascoste o sfuggenti. 

Anche queste elucubrazioni non sono che un collage, necessariamente banalizzato e omologato – mi perdonino gli esperti di questi concetti e teorie molto in voga.  Una vasta editoria è facilmente rintracciabile per chi avesse voglia. Di fatto però, il tono ora para-accademico-scientifico ora para-qualcosaltro, rende concetti e visioni assai poco banali più accessibili al lettore medio.

Val qui la pena di ricordare nuovamente un aforisma: “lo scienziato, stanco di dedicarsi all’infinitamente grande e all’infinitamente piccolo, si preoccupò dell’infinitamente medio”. (Ennio Flaiano).  

In questo la fantascienza rimane un’arma rivoluzionaria di distruzione di massa. Riprendo anche questa citazione: “la buona fantascienza è scientificamente interessante non perché parla di prodigi tecnologici, ma perché si propone come gioco narrativo sulla essenza stessa di ogni scienza, e cioè sulla sua congetturalità” (Umberto Eco).

Ancorché dotto, filosofo e fine sofista, tale affermazione potrebbe essere anche interpretata come una via di fuga (attraverso lo specchio) da quella scienza dei segni (la semiologia, di cui Eco era autorità internazionale) che rischia di essere adoperata per la creazione delle stesse teorie e sistemi che lo hanno tanto appassionato, inquietato e preoccupato.

Ma questo non è che un’umile opinione, il mio punto di vista…

Certo è che le scienze (comprese quelle umanistiche), e i vari saperi tecnici e teorici che producono, rischiano di avvilire l’esistenza di noi tutti se si dimenticano dell’umana condizione di incertezza e fragilità. Che se mai, tra dubbi, danze e condivisioni, trova una possibile saggezza in un più socratico “so di non sapere”.

Una vecchia battuta credo di Paolo Rossi (o era Jannacci?) dice: “c’è una tale mancanza di ignoranza in giro, oggigiorno!”

Per questo mese, il viaggio oltre lo specchio finisce qui.

Alla prossima!

ENEA SOLINAS

eneabradypus84@libero.it



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