CAMBIO DI STAGIONE

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Il capitano Jones consultò le previsioni meteorologiche. Poche macchie solari, venti e radiazioni regolari. La cometa di Slowley, ancora lontana, procedeva, lenta come su solito, verso il perielio. Chissà perché tutta sta fretta di arrivare su Marte?, si domandò Jones. In fondo, si sarebbe potuto trovare un clima ben strano anche sula Terra, prima che un manipolo di scienziati inventasse la Grande Macchina per stabilizzare il meteo e favorire ogni attività umana. La cosa buffa, decisamente paradossale, è che la macchina non si sarebbe potuta realizzare se alcuni prodighi alieni extraterrestri non fossero giunti in soccorso dell’umanità.

Eppure, rammentò Jones, un tempo ci si adattava, si trovava il modo. O perlomeno, lo si cercava. Sdraiato sulla spiaggia nel pallido inizio di marzo, il torso irradiato da una luce quasi solare, quasi priva di macchie, di pecche e imperfezioni, come dopo un’accurata chirurgia estatica, Jones osservò la linea azzurro contro azzurro dell’orizzonte. In lontananza scorgeva una barchetta a vela quasi romantica nel suo incedere. Sorseggiò dalla cannuccia un po’ del suo succo multivitaminico (con antistress incluso) e  inforcò sul naso gli occhiali per la realtà aumentata.

Dopo i viaggi degli ultimi mesi, tra un sistema stellare e un altro, gli ci voleva proprio un po’ di sano riposo. Avviò il lettore di musica, inserito nelle stanghette degli occhiali, e da due quasi impercettibili auricolari partì un sottofondo ritmico o forse vagamente melodico, quasi ipnotico. L’onda sonora sottile, quasi una percezione latente, intercettò il segnale bluetooth del dispositivo che un’equipe di tre medici, esperti in nanotecnologie, gli aveva impiantato in una precisa area cerebrale. Lo stesso dispositivo ricettivo all’onda sonora, connesse pensieri vaghi, rammemorazioni, letture e distrazioni, quindi calcolò gli algoritmi del caso. Sulle lenti degli occhiali di Jones incominciò a sommarsi una realtà di secondo livello, che si sovrappose mirabilmente alla visone della spiaggia assolata e quasi estiva, su cui stava rilassandosi in quella prima decade di marzo.

Meravigliosamente scaldato dalla luce di quel sole quasi naturale, quasi terrestre, la sua mente venne stimolata da una seconda visone parallela, divertente, ma assolutamente innocua perché fasulla. E lo sapeva bene, e questo lo tranquillizzò ancor di più.

Al posto della distesa d’acqua marina, apparve un prato, verde brillante, con timide primule che occhieggiavano. L’erba oscillava, lasciando intuire la presenza di vento. Jones avvertì sulla pelle il movimento dell’aria prodotto dal suo cervello bionico, debitamente informato della situazione dal servizio meteorologico del sistema operativo interiore.

Addirittura!, si stupì. Alcune nuvole offuscarono il sole, per un istante Jones quasi ci credette, tanto sembravano realistiche. Sarà ora di fare il cambio si stagione, disse tra sé, sardonicamente. Le contemplò per alcuni minuti, perso in una fantasia fanciullesca. Andavano e venivano le nuvolette. Ora bianche e a gruppetti, ora più compatte, ora quasi ammassi di vapore che… Ehi! Stanno cambiando colore. È anche più buio, come se non ci fosse il sole su questa spiaggia! Però! Quasi eccitante, un tipo di emozione diversa, dopo tanti viaggi a schivar asteroidi impazziti o a contrattare permessi di attracco in remote colonie minerarie ai bordi della galassia.

Jones stava constatando quella bizzarria, un rannuvolamento del genere ai primi di marzo non s’era mai visto! All’improvviso sentì le prime gocce d’acqua sulla pelle (debitamente istruita a dare quelle sensazioni lì, ma proprio quelle lì che con uno sforzo d’immaginazione potremmo sentire tutti). Come sembrava reale quella fantasia! La pioggia man mano divenne più intensa, quasi a stesse seguendo il flusso umorale di Jones stesso. Gocce prima lievi, poi più fitte, poi quasi gravi e pensanti lo dilavarono come se non fosse per nulla disteso su una comoda sdraio in un’assolata spiaggia d’inizio marzo. Persino il suo naso cominciava a caricarsi di muco. Era sempre più stupefatto di tanta verosimiglianza.  Un raffreddore! Questa poi! Avanti di questo passo sarebbe comparso un medico, così… dal nulla.

Marzo, rammentò Jones, è un mese parecchio variabile. Alterna giorni di sole splendente a giorni nuvolosi. Piogge leggere e giornate ventose. Le ore di luce cambiano, tanto che un tempo si doveva ricorrere a dei stratagemmi legali assurdi (un cambio dell’ora convenzionale, riconosciuto da tutta la cittadinanza). Che assurdità: portare avanti le lancette dell’orologio per convogliare meglio le energie, e mantenere attiva la costruzione della Grande Macchina che poi ha risolto ogni problema, cioè quasi tutto. Un modo idiota per avere una scusa buona per tute le occasioni e credere di essere sempre in ritardo. E sempre di un’ora, per giunta. Come a dire: siamo diversamente puntuali. A quel punto, preso da un’inusuale ilarità il capitano  Jones riprese a canticchiare il motivetto che da giorni lo perseguitava, quasi come fosse uno stalker. Per giunta, questa volta gli apparvero in testa anche le parole per il ritornello:

There’s a Starman waiting in the sky

He’d like to come and meet us, but he think he’d blow our mind

There’s a Starman waiting in the sky,

He told us not to blow it, ‘cause he knows it’s all worthwhile

He told me:

Let the children loose it

Let the children use it

Let all the children boogie…

Benedetti siano gli alieni e le loro avanzate tecnologie. Jones fantasticò, vagheggiando ancora. Pensò a quegli alieni con un senso di eterna gratitudine e immensa ammirazione. E sì che han anche detto che le tecnologie che ci fornivano erano di seconda mano! Il loro mondo è così avanzato che ci sono crisi e situazioni così estreme che richiedono interventi e tecnologie molto, molto più raffinate. Chissà quali meraviglie riescono a produrre, con quei loro testoni. Chissà che complessi industriali, e che capacità e livello di ricchezza tecnica hanno nel loro mondo. Sarebbe bello poterci andare, ogni tanto.

Avanti di questo passo, con la loro smodata genialità, potrebbero riuscire ad inventare interi mondi, creandoli dal nulla!

Mentre Jones era perso in tali pensieri, le nubi dopo un quarto d’ora dopo la fine della pioggia, cominciarono a diradarsi, quasi come fossero sospinte di quel pensiero. Il sole fece nuovamente capolino tra gli strappi di un cielo corrusco, dai contrasti lampeggianti, grigio cenere e bianco luminoso. Apparve addirittura l’arcobaleno, ma era quasi normale. A differenza del solito non era di un unico colore, ma policromo. Il prato, davanti a sé era umido, sembrava quasi fosse tornato ad essere il mare increspato che era prima che Jones indossasse gli occhiali della realtà aumentata. Gli balenò un pensiero di fronte a quella visione: marzo pazzerello! Si diceva un tempo, lunatico ed effervescente, stimola la creatività, provoca sbalzi d’umore, fa nuovamente fermentare il vino nelle le botti. Sorrise di gusto a quella stravagante reminiscenza risalente a tempi antichi , quasi arcaici e, posseduto da un’ilarità misteriosa, in uno strano cortocircuito gli venne da starnutire così forte che gli occhiali caddero a terra.

Quando sollevò il capo, vide sul monitor di bordo le cifre degli algoritmi che sul lato sinistro dello stesso calcolavano vorticosamente gli ammanchi e le rendite di energia; sul lato destro, al contrario c’era la mappa di stelle che oscillava leggermente e si relativizzava in base alla posizione dell’astronave. Si rese conto di quanto ciò somigliasse ad una specie di metafora del suo cervello, con i due emisferi umani, troppo umani. Capì allora di essersi assopito per alcuni istanti.

Alzò lo sguardo, severo in primo luogo con se stesso, per non mostrarsi debole nei confronti del suo equipaggio. Tutti lo fissavano con occhi trepidanti, immersi nella luce rigida dei neon della sala comandi. L’ufficiale scientifico vulcaniano lo guardò con aria di sufficienza: non doveva essergli sfuggito l’assopimento, per quanto istantaneo e dissimulato alla bell’e meglio, mascherato da aria meditabonda. Jones si schiarì la voce. «Molto bene!» annunciò, allargando il sorriso «manteniamo la rotta. Il viaggio continua…» Un generale sospiro ruppe la tensione, almeno per un istante. Jones si sentì rincuorato di non essere solo in quel viaggio. Forse un giorno avrebbe scritto e narrato del suo temporaneo assopimento. E qualcuno avrebbe letto o ascoltato quella storia. Questa storia. E chiunque sarà il misterioso lettore, magari potrà provare persino delle emozioni o delle sensazioni quasi vere, forse persino piacevoli, e anche solo per il breve lasso di tempo di queste poche parole, avrebbe viaggiato insieme a Jones verso mete impensate e imperscrutabili. Alla prossima!

ENEA SOLINAS



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