EPIFANIE

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Data astrale bradipo astronave: 2016 (o forse non proprio).

Il capitano Jones disse all’equipaggio: «È proprio perché volevamo spingerci verso l’ignoto, che abbiamo intrapreso il nostro viaggio, non dobbiamo spaventarci di fronte a simili imprevisti. Ora cercheremo di usare tutte le capacità che la razza umana ha sviluppato e coltivato per millenni: la nostra scienza, la nostra immaginazione più fervida e persino il nostro istinto, se messi alle strette, si tratterà di sopravvivere».

«Ma cosa può essere successo? Io davvero non capisco, siamo di fronte all’imponderabile». La voce di Davidson, ufficiale in seconda, il primo dell’equipaggio per anzianità di servizio, era grave, cupa. In pochi giorni sembrava di colpo invecchiato di due o tre anni.  

«Proviamo a ragionare, un’ipotesi alla volta, passo dopo passo» affermò la copilota, in sinergia con l’atteggiamento suggerito dal capitano. Era una donna caparbia, abituata al pragmatismo, ma con modi accurati, e calma. L’azione non poteva privarsi della conoscenza e del dubbio, specie di fronte ad un tale mistero. «Potrebbe essere stato un salto spazio-temporale? Un vuoto dovuto alla presenza di qualche buco nero non percepito dal computer di bordo?» La copilota Ester aveva la tendenza ad attribuire qualità umane alle macchine. Anziché usare il verbo captare (tecnicamente più corretto) diceva che il computer percepiva, come se fosse dotato di una sua sensibilità.

«Forse è stata una stringa di energia! Sarebbe la controprova empirica della loro esistenza! Un evento storico!» esclamò Hansel. Il biondo scienziato, ancora stordito dall’esperienza, si abbandonò all’ebbrezza di chi non sa bene se sta sognando. Il tono era quello di chi, ancora a metà strada tra il sogno e la realtà, si sta risvegliando, e all’improvviso e la butta subito banalmente sull’eureka, ancora stordito o ebbro dal quell’esperienza senza nome.

«Non dobbiamo dare conclusioni affrettate» ribadì il capitano scambiando un’occhiata complice con la copilota, di cui apprezzava, tra le altre cose, la costanza. Lei ricambiò lo sguardo con un sorriso, poi guardò sul monitor e senza perdere fermezza e levità confermò al capitano: «non ci sono stati danni rilevanti nel sistema, né alla struttura della nave, né all’hardware né ai software di importanza vitale» Il capitano trasse un sospiro di sollievo. Ma fu un momento. Avrebbe voluto ricambiare il sorriso, ma di fronte all’equipaggio così agitato non poteva mostrarsi frivolo e doveva mantenere la postura del comandante in capo. Allora piegò cinematograficamente i sopraccigli, e chiese con voce stentorea alla copilota di controllare un’altra volta assicurandosi pure che i software meno importanti rispondessero alle verifiche. «non dobbiamo trascurare nessuna traccia, nessuna ipotesi può essere esclusa, nemmeno la più improbabile.» L’equipaggio lo guardò sempre più turbato, immobilizzato di fronte all’evento, cercando di affidarsi alla sua sapienza. Il capitano Jones sospirò. «Potrebbe essersi trattato di un virus invisibile, sconosciuto, capace, come una specie di vero e proprio virus organico di infettare qualche circuito elettronico. Magari un virus dotato di intelligenza artificiale, furbo… subdolo persino.» Tutti lo fissavano sempre più tesi . Jones continuò: «potrebbe esserci stato lanciato da qualche nave aliena che non siamo riusciti ad intercettare… a percepire. Può darsi che un virus di tale natura si possa celare proprio in uno dei software meno importanti, e covasse lì nascosto la sua sortita, il suo piano d’attacco». Alcuni minuti di silenzio accentuarono la tensione. era un concerto di rumori sottili, digrignar di denti, colletti di tute allargati con quel gesto tipicamente umano, per raccogliere più aria. Ma non era semplice mancanza d’ossigeno, non era ansia, non si trattava di sapere quanto mancava alla destinazione. Non si conosceva la destinazione, era tutto così ignoto. No. era vera e propria angoscia, quella stessa angoscia che attanaglia gli esseri umani fin dai tempi antichi. Nei miti classici la attribuivano alla Necessità, forza di ordine superiore che aggiogava uomini e déi all’interno di un unico fato, come una rete invisibile all’interno della trama del cielo astrale, capace ben più di ogni gesto di determinare le sue orbite le sue storie.

Il capitano allora capì che stava premendo troppo il pedale della tensione. Abbasso lo sguardo meditabondo. Disse infine: «Però non posso esserne così certo. In fondo, se davvero si tratta di qualcosa di ignoto e di virale potrebbe essere anche che faccia parte delle nostre coscienze, che sia all’interno delle nostre menti!» per un istante sembrò cedere allo sconforto, interpretando un sentire comune. Poi alzò lo sguardo lucido ma fiero, da nobile condottiero. «No. Io non lo so a cosa siamo di fronte… ma so di non sapere!» Chiosò socraticamente, lo sguardo carico di umana franchezza. Tutti attendevano un lampo, una illuminazione. Allora il capitano chiamò lo scienziato alieno che fino a quel momento era rimasto in disparte. Il suo stesso essere alieno lo poneva forse un una tale condizione di alterità da poter (forse) capire qualcosa di più, o meglio. Per questo l’avevano con loro. Un alieno (di solito è un vulcaniano, o qualunque nome inventiamo non ha poi così importanza, è comunque qualcuno non uso a lasciarsi trascinare dalle passioni tipicamente umane)  è un personaggio che porta all’interno del racconto saperi e informazioni – anche inventate di sana pianta – che in realtà solo l’autore del racconto può conoscere, colui che sta oltre la coscienza e l’universo stesso dei personaggi, e forse determina l’una e l’altro, di pari passo.

L‘ufficiale alieno-scienziato, razionale e analitico, e a suo modo anche un po’ sceneggiatore disse, con imperturbabile flemma: «È molto più semplice di quanto appaia. In realtà, l’autore di questa rubrica sta cercando di dire, in modo ironico e metanarrativo, che la sua attenzione negli ultimi tempi è stata annebbiata. Probabilmente ha fatto solo un po’ di confusione. Più che di salto spazio-temporale si è trattato direi di una dimenticanza. Egli sa che questa è una rubrica che va online sul blog bradipodiario ogni 4 settimane. Ma la fallacità tipica della natura umana gli farà ogni volta supporre che la rubrica vada online una volta al mese… senza riflettere a sufficienza, e tener conto dell’evidenza matematica che di 4 settimane fa 28 giorni… e sono davvero pochi i mesi dell’anno con 28 giorni, specie in un anno bisesto… dico bene capitano?» Il capitano ammirò l’acume e lo invitò a continuare il ragionamento. Tra sé e sé pensava che quell’alieno ci sapeva fare, non era solo un freddo calcolatore, ma aveva un certo stile, persino ironico. L’alieno ammiccò soddisfatto.

«Ebbene, supponiamo che l’ultima puntata di questa rubrica sia andata online in un mese più lungo… diciamo di 31 giorni. E poniamo che questo mese fosse dicembre, periodo notoriamente caratterizzato da feste. Stelle comete, luci d’artista, botti di fine anno, fuochi d’artificio, uvetta e canditi, cioccolatini. Epifanie di ogni tipo…» Sentenziò, con una dose di sarcasmo.  «Poniamo che l’autore, che di solito è puntuale, si sia distratto, abbia passato del tempo oziando beatamente senza minimamente immaginare che a dicembre di rubriche denominate “Attraverso lo specchio” ne cadessero due, persuaso nella sua incoscienza che ce ne sia una al mese. Forse avrà anche approfittato del fatto che questo blog, che per sua regola si prende i tempi necessari, senza alcuna fretta, nei giorni finali dell’anno è stato temporaneamente fermo. Forse sulla scorta di tutte queste ipotesi, che formano quasi un teoria giacché si sostengono a vicenda, l’autore di questa rubrica ha voluto attendere un’ulteriore epifania che lo risvegliasse. Magari sarà andato a vedere il nuovo episodio di guerre stellari, che è un film che sta un po’ qua e un po’ là tra una trilogia e l’altra, fa parte di ciò che i critici chiamano universo cinematografico espanso, pieno di divergenze, sottotrame, perfettamente riconducibili ad uno stesso immaginario e alle sue icone, musiche eccetera – nonché a un marchio ben preciso, che poi è quello dell’universo espanso di Star Wars!»

«L’universo espanso! Lo dicevo io che siamo di fronte alla prova empirica di qualcosa che finora era stato solo possibile immaginare! EUREKA!» urlò Hansel.

«Silenzio!» il capitano, con voce inflessibile, zittì il collega scienziato fragile e facilmente impressionabile, coinvolto com’era nelle passioni umane, troppo umane. «continua» disse poi all’alieno.

«la ringrazio capitano. Le dirò che certi facili entusiasmi non mi vanno a genio. Ad ogni modo, può darsi che l’autore non sia andato al cinema – o non ci sia ancora andato – ma sia stato sveglio tutta la notte ad aspettare la Befana, che nella giornata dell’epifania a inizio gennaio tutte le feste si porta via!». Tutti trattennero il fiato. « La befana!» La voce di Hansel ora era incredula. Non potevano credere a qualcosa di inverosimile, praticamente un’invenzione buona al massimo per un racconto di fantascienza per bambini. Ma si sa, la fantascienza come genere letterario richiede sia per chi scrive che per chi legge una certa sospensione dell’incredulità. È una sorta di implicita e complice intesa tra autore e lettore.

Passarono alcuni istanti di silenzio.

«la ringrazio ufficiale vulcaniano»

«Ma si figuri, non c’è di che!» rispose l’alieno prendendo da sé, con sfacciataggine, l’ultima fetta di panettone senza chiedere niente a nessuno.  

La copilota Ester si avvicinò all’alieno. Con voce suadente gli chiese, dandogli del tu – cosa insolita per lei, donna abitata alla fermezza: «dimmi, l’anno che ci aspetta sarà bisestile?» La voce le tremava. Il capitano udendola restò confuso. Non seppe dire se Ester aveva qualche timore o era incantata e carica i trepidazione di fronte a una simile mente così percettiva. Lo scienziato alieno la guardò dritto negli occhi e per un breve istante un lampo di passione illumino anche il suo sguardo vulcaniano.

«Uhm… non è una domanda facile a cui rispondere. Nemmeno per me. Dovrei approfondire, fare i dovuti calcoli. Controllare il calendario. Vorrei potermi confrontare con te su questo ulteriore enigma». Anche lui le dava del tu. Il capitano Jones era sempre più sbigottito.  

Di fronte ad un ignoto che scompariva, un altro ignoto si formava. Il capitano si chiese dove aveva sbagliato. Avrebbe voluto fare quattro chiacchiere con l’autore di questa rubrica, per capire se era davvero lui il protagonista di questo racconto. Lentamente ricapitolò la vicenda, quasi rileggendo ciò che finora si era svolto. Abbassò lo sguardo sconsolato e si disse che era davvero così: non sapeva chi lui fosse in realtà. Ma sapeva di non saperlo.

Allora fece doppio click sull’icona-orologio sul monitor dello schermo sul quale si stava svolgendo il racconto stesso. Vide che il 2017 NON  era bisestile. Con voce luminosa richiamò la copilota e l’ufficiale scienziato alieno.

«Sono un essere umano colto da strane passioni, è vero. Ma non sono mica scemo! Non c’è bisogno di fare molti calcoli. Io so la risposta». La copilota restò esterrefatta, stupita di fronte a una simile dichiarazione, quasi un’epifania. «il 2017 non è bisestile!» disse Jones.  

L’intero equipaggio esultò. Persino il computer di bordo si mise a cantare e mise su un disco di David Bowie, il cui vero cognome al’anagrafe era Jones… 

Il viaggio poteva proseguire.

Probabilmente in futuro avrebbero incontrato altri imprevisti, e la spiegazione di questi li avrebbe posti di fronte ad enigmi ancor più incredibili. Ma non si sarebbero arresi, anche se l’autore di questa rubrica probabilmente ha una coscienza strana, determinata da un alieno sapido e autoironico che si diverte alle sue spalle, senza che lui ne sia pienamente consapevole.

Per saperlo rimanete in contatto!

ENEA SOLINAS

eneabradypus84@libero.it



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