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DE-GENERAZIONI

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DANGER! – pericolo: l’area presenta segnali di contaminazioni. Tenersi a distanza… rischio degenerazioni.

L’area, l’interzona, l’oltrefrontiera, l’ignoto, il ritorno, il replicante, il mistero, l’inedito, il nuovo, lo scomparso, lo sconosciuto, lo strano, lo straniero, il nemico, l’amico, il gemello segreto, il doppio, l’erede, il Signore delle Galassie.

Nomi, titoli, qualifiche, evocazioni. È di questo che si occuperà il disinvolto dizionario che caratterizzerà questa annata di Attraverso lo specchio? Forse. Vi faccio notare quanto le espressioni sopra elencate siano, alternativamente o unitamente, siano pertinenti tanto ai vezzi e “luoghi” tipici del genere fantascientifico, quanto a concetti di fenomeni reali, drammaticamente attuali, o inerenti in senso classico la condizione umana, il mito, e la cultura tout court.

Al momento, però, farei finta di dare un’impronta ordinata a questa disinvolta enciclopedia che tesserò puntata dopo puntata (con qualche parentesi, ogni tanto). Ricordo un dato storico di massima: parliamo di un genere narrativo, sorto tra ottocento e novecento, che corre attraverso vari linguaggi e media (per es. letteratura, cinema ai videogiochi) e che si è pienamente formato a cavallo della seconda guerra mondiale, esplodendo poi negli anni del dopoguerra, soprattutto (ma non solo) in Usa e Gran Bretagna. Queste due scuole nazionali di certo hanno (anche per ragioni storiche) influenzato la fantascienza mondiale, con un imprinting iniziale decisamente forte. Poi  ogni cultura e/o nazione ne ha dato una sua interpretazione, legandola o contaminandola a riferimenti o situazioni proprie, anche pregresse.

Ma ovviamente la fantascienza è anche fatto generazionale. In un arco di circa sette decenni, ciascun periodo ha avuto le sue fasi. Ciascuna generazione ha costruito e conosciuto una propria fantascienza, senza per questo volerla circoscrivere o annullare la sua propensione al nuovo, al prospettico, né il suo legame col mito, la fiaba e a classici motivi avventurosi.

Nella prima tappa di questa pseudo enciclopedia, vi parlo di de-generazioni intese sia come generazioni sia come generi, che sono prevalse nel corso del tempo, modificandosi. Un tema già toccato altre volte, in alcune puntate dell’anno scorso. Ma procediamo col dizionario.

Antiutopia: detta anche distopia, più che un sottogenere, è un’attitudine. Se la propensione utopica è propria di molta letteratura fantastica, anche dei secoli passati (spesso con valore di apologo), l’antiutopia è emersa nel corso del novecento, un po’ con gli stessi motivi. Il dipingere scenari disumanizzati e disumanizzanti, in cui alienazione, forme di controllo, dittature, eccetera è un’attitudine tipicamente novecentesca. Il secolo dei totalitarismi ha sentito l’urgenza di esprimerla e sviscerarla in molti modi. I titoli che si citano come capostipiti sono Il mondo nuovo di Aldous Huxley e 1984 di George Orwell. Due grandi scrittori che si sono cimentati in queste favole speculative, inquietanti e trasfiguranti molti elementi della storia contemporanea. Romanzi ormai classici che hanno ancora molto da dire sull’oggi. Ma l’antiutopia è più un’attitudine, che ha trovato poi combinazione con la fantascienza più marcata. Molti romanzi di Dick, Ballard, Silverberg, ma anche William Burroughs ne hanno dato un’interpretazione più folle e visionaria. Dando il là anche al filone più postmoderno del cyberpunk, che certo si nutre dei climi e umori di questi autori, nelle varie declinazioni (libri, film, fumetti). Oggigiorno questa attitudine va di moda anche in certa letteratura rivolta ai giovani adulti o ai grandi bambini. Filoni letterali (o anche editoriali, vere e proprie collane) per postadolescenti o preadolescenti, che trovano molte assonanze con inquietudini e situazioni contemporanee. Una letteratura forse a rischio di inflazione, come tutte le mode, ma che fa riflettere ed è apprezzabile, per lo sforzo di narrare storie con un linguaggio molto privato ed emotivo, che i giovanissimi sanno percepire bene, all’interno di una visone più ampia del mondo. Una visione anche politica unita a storie di crescita simil-adolescenziale.

Nel ventaglio dei sottogeneri, che hanno caratterizzato alcuni decenni, e che si sono poi modulati differentemente, posiamo ricordare anche:

Space-opera: l’avventura spaziale. Se negli anni ’40 e ’50, agli albori dell’era vera spaziale l’avventura quasi si concludeva con la partenza del razzo, dopo 13 (oggi diremmo estenuanti) capitoli di attesa e spasimo, negli anni’60 in tv Star Trek, rinnovava il fascino del viaggio i cui fini sono l’esplorazione e la conoscenza. Una serie pop in tutto e per tutto, anche molto rassicurante, ma che disseminava mistero e qualche spunto filosofico, in un rinnovato gusto esotico per l’ignoto, lo strano, l’alieno. Qualità costanti di un serial che in 50 anni, ha travalicato le generazioni, passando di frequente dal cinema. Ma anche in rivisitazioni spesso co-create da una base di fan agguerrita. Senza dubbio negli anni ’70 è imperversata la moda di Star Wars, questa volta partendo dal cinema. Ma qui la space-opera, era già molto meno scientifica e si riconnetteva con le coeve fascinazioni per la letteratura fantasy. Il mito e l‘avventura nei suoi elementi di base, facilmente riconoscibili. Ad ogni modo, la space-opera ha sempre coltivato anche una dimensione visionaria e a suo modo rigorosa, attenta a molti elementi. Uno maestro che ho già avuto modo di ricordare è Arthur C. Clarke. Non solo con il ciclo che parte (in libreria e al cinema) con 2001: odissea nello spazio, ma anche con l’altro bel ciclo di Incontro con Rama. Però Clarke, grande autore umanista, positivista e filosofo, è stato capace già a metà degli anni ‘50 di regalarci una perla come La città e le stelle. Un titolo assolutamente visionario, anticipatore in molte invenzioni letterarie, eppure classico, e semplice.

La fantascienza è un genere propenso a contaminazioni: con il fantasy, con l’horror, e anche col western. Ha avuto varianti più comiche, surreali, grottesche, misteriose, poliziesche (pensiamo ad una serie cult degli anni ‘90 come x-files).

Negli anni ‘80 e ‘90 a fianco all’evolversi di molti filoni già consolidati, si sono susseguiti il già citato cyberpunk, che ha connesso la fantascienza sociologica, l’attitudine antiutopica con il mondo delle tecnologie digitali e virtuali in fase di teorizzazione e poi di sperimentazione dalla fine degli anni ’70. Poi in un rapido declinare e rinnovarsi il cyberpunk si è ramificato, e gli stessi autori di punta o le stesse riviste che lo avevano lanciato han dato vita al sottofilone dello steampunk. Un sottogenere che rilegge il passato, in chiave controffattuale. Seguendo un paradigma, aleatorio, che risponde alla domanda: “come sarebbe stato (il passato)  se…?”. In inglese “what if…?” Lo steampunk trasfigura epoche moderne o premoderne in chiave tecnologica. Immaginando secoli dei lumi o romantici distorti, per così dire “con il motore truccato” da elementi del XX o XXI secolo. E a volte anche del XXIII secolo! Secoli di megalopoli, avanzate civiltà dotate di quasi magiche tecnologie a vapore, computer ante-litteram, conflitti mondiali e guerre fredde o virtuali. Il tutto ha avuto una nascita e sviluppo nei primi anni ’90.

Nel rincorrersi proliferante delle contaminazioni (sapientemente ricercate, o a volte furbescamente esibite) è sorto poi il non-genere o de-genere tra i sottogeneri: il nu-weird, il “nuovo strambo”, che ad elementi di narrativa prettamente storica, mischia trame e tematiche fantascientifiche, elementi stilistici horror, soprannaturali o marcatamente fantasy, stratagemmi da thriller, seguendo ritmi narrativi avventurosi contemporanei. Un pastiche? Non proprio, a seconda dell’abilità (e delle cautele) dei singoli autori, alcuni capaci di offrire uno sguardo sul mondo, di proporre riflessioni e visioni, con una solida idea di letteratura, che travalica le etichette, pur riconoscendosi pienamente fantascientifica. Un nome? È italiano: Valerio Evangelisti, che da un ventennio almeno è considerato a ragione il maestro della narrativa fantastica italiana, tradotto in molti paesi. Uno scrittore capace negli anni di affrontare con un piglio riconoscibile diversi generi narrativi.

Al momento le de-generazioni finiscono qui. In parte questa puntata è stata un riassunto di alcuni spunti citati gli anni scorsi. Ma questa è solo una tregua. L’area non è ancora stata sterilizzata. Anzi, la cosa terribile è che la de-generazione si è espansa. Vi avevo avvertito di tenervi a distanza!

Peggio per voi. Nelle prossime puntate singole parole ci faranno da guida nel nostro disinvolto dizionario. Ma non mi soffermerò pedissequamente sulle forme e sugli schemi della fantascienza. Le parole possono portar lontano, oppure anche molto vicino. Potrebbero persino essere dentro di voi, a vostra insaputa. Possono infettare o mondare. Hanno vita, o se la prendono. Fate molta attenzione. DANGER! DANGER! DANGER!

ENEA SOLINAS

eneabradypus84@libero.it



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