LA PROPENSIONE AL FUTURO 

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Questo articolo nasce da esigenze giornalistiche, essendo che tra qualche ora scade il termine per consegnare questo pezzo. Dovete sapere che essendo il mio attuale presente piuttosto complicato (soprattutto a livello mentale), non riesco più a seguire i soliti ritmi. In tutto ciò ci sono aspetti di evoluzione e di mutamento (in parte) di abitudini, pensieri, relazioni.

Ora questa è una rubrica che da un po’ di tempo a questa parte è incentrata sulla fantascienza, che ha una naturale propensione per il futuro. Ora, questa benedetta propensione per il futuro, necessita una sospensione dell’incredulità, come ho scritto più volte in questa stesa rubrica. Ora, la propensione per il futuro può causare una certa ansia, o forme di disagio, mettere una tremenda frenesia, quasi fosse una fretta un po’ automatica, robotica, diciamo. Ora, quale migliore sospensione dell’incredulità che andare lentamente e recuperare scrivendo (ora) l’articolo per questa rubrica? Questa è essenzialmente la ragione giornalistica: quella di scrivere e mantenere fede all’appuntamento di questa rubrica, magari approfittandone (ora) per calmarsi un po’, scrivendo – che poi è un bellissimo modo per prendersi cura di sé.

Ora, avevo detto che vi avrei parlato di qualcuno legato alla fantascienza degli anni ’60 al periodo della new wave. Direi che non è sufficiente una puntata di questa rubrica per parlarvi fino in fondo di Kurt Vonnegut. Né avrei intenzioni di parlarvene, ma dovrei scrivere questo articolo e Kurt Vonnegut mi viene in aiuto: “così va la vita”, recita un suo refrain, quasi un motto.

E siccome mi prendo il lusso di non essere esaustivo, vi dico che Kurt Vonnegut nasce come scrittore di fantascienza, diviene popolare come visionario e sperimentale scrittore della controcultura. Il suo titolo più celebre è mattatoio n.5, in cui rielabora l’esperienza di guerra: Vonnegut soldato americano, con famiglia di origine tedesca, si ritrova prigioniero in Germania e sopravvive al bombardamento di Dresda da parte degli americani (uno dei bombardamenti più feroci della Storia). Lui sopravvive prigioniero in un mattatoio.

Ma il romanzo che non può trasmettere un orrore così grande, lo vuole trasformare, sospendere, ponderare. Il protagonista è un pellegrino che viene dal pianeta Trafalmadore, dove si conta in base 8 (non con un sistema decimale quindi), e dove soprattutto hanno una diversa concezione del tempo: non esiste né passato, né presente, né futuro, ma una quarta dimensione o stato che li fonde assieme (una cosa analoga la pensano certe filosofie della realtà – ontologie – orientali). Il suo è uno sguardo a dir poco surreale. La guerra è un orrore incedibile, un’esperienza del genere non si può rendere con le parole. Esse non bastano, serve al poesia.

Ora, Kurt Vonnegut divenne celebre per la palese contraddizione che faceva emergere, per lo spessore della denuncia interna agli Usa, per l’uso quasi lisergico della lingua. Un uso politico, che trasforma la realtà e riporta alla vita, estenuata da una incredibile sopravvivenza.

Recentemente mi è capitato di leggere alcune sue lezioni ai neolaureati americani (venne spesso invitato dalle accademie a tenere questi discorsi). Ritornano molte critiche ai pensieri comuni, ma soprattutto voglio fissarne alcune: la prima è la considerazione che le generazioni che crediamo distanti (anziani e giovani) sono in realtà vicinissime. Quasi ottantenne rivendicava il fatto che era appena arrivato nel mondo. Notava come da parte dei più giovani spesso questo non sia tenuto presente, così come notava che da parte dei più anziani non si è mai abbastanza disposti a concedere ai giovani il fatto di non essere più dei bambini a cui dover insegnare qualcosa nella vita.

La seconda è che non bisogna mai dimenticare di ringraziare tutti quegli insegnanti o genericamente maestri che nel corso della nostra vita ci hanno cambiato, anche solo con un gesto. 

Ce n’è una terza che mi colpisce e che è conseguenza di questo pensiero: l’importanza di contribuire alla comunità, perché è ciò di cui abbiamo bisogno, ciò che lega i nostri destini, sia essa a New York, piuttosto che a Kuala Lumpur o in un villaggio africano. Tessere legami sociali, appartenere a famiglie allargate anche in un’era che ha visto la fine del modello sociale di famiglia allargata per come era vissuta nella civiltà contadina. Una cosa simile la dice anche Eugenio Borgna, che è uno psichiatra, e direi un filosofo della cura, che richiama nei suoi scritti all’importanza della responsabilità delle parole, che sono tramite di relazioni, di cura, di creazione di un senso di comunità e di una comunità di destino. E sottolinea come in particolare la parola poetica sia un insostituibile e irriducibile costruttore di senso, introspettivo e collettivo.

Questo è un sintomo di cultura che non potrà essere comprato o mercificato. Kurt Vonnegut nota anche che ciò che un ricco non potrà mai avere è la consapevolezza di avere abbastanza.

Questa è la controcultura che viene da Trafalmadore. Ora, io avevo bisogno di scrivere qualcosa per questo blog, e ho scritto questo (ora).

Così va la vita…

Kurt Vonnegut: un bradipo come noi! Enea Solinas Prossimo appuntamento con “Attraverso Lo Specchio” giovedì 12 maggio   



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